martedì 26 marzo 2019

Avanti insieme Mozambico!



Notizie dal nostro carissimo fratello Andrea Facchetti in Mozambico


Cari amici e care amiche,
scrivo alcune righe per ringraziare dei tanti messaggi di prossimità e solidarietà arrivati in questi giorni e per aggiornare sullo stato attuale delle cose.
Qui a Chemba non ci sono problemi particolari. Ieri, in seguito alle forti piogge dei giorni scorsi, sono state aperte le chiuse di Cahora Bassa, grande diga sullo Zambesi. Stiamo aspettando la piena che, in ogni modo, dovrebbe essere controllata.
Ogni giorno che passa diventa, invece, più chiara e drammatica la devastazione umana e materiale che ha lasciato il ciclone Idai a Beira e nella zona centrale del Mozambico, fino al confine con lo Zimbabwe. Fino ad ora, dopo alcuni giorni da quel terribile 14 marzo, i morti accertati sono 535, ma le autorità affermano che il numero è destinato ad arrivare almeno fino a 1000. Nei giorni scorsi, nel distretto di Buzi centinaia di persone sono rimaste per due giorni sui tetti delle case o arrampicate sugli alberi, per fuggire dalle acque torrenziali dei fiumi in piena. Abbassatosi il livello emergono i cadaveri di chi non ce l'ha fatta. A Beira, solo ieri è stata ristabilita parzialmente l'energia elettrica. Sempre ieri è stata anche riaperta la strada nazionale n°6, unica via terrestre di accesso alla seconda città del paese. Nei primi giorni immediatamente successivi alla tragedia, le uniche vie di accesso e di aiuto sono state quella aerea e quella marittima. Aumentano i casi di malaria e c'è il sospetto che anche il colera sia già in circolazione. Nel solo ospedale centrale di Beira, dal giorno successivo al ciclone fino a ieri, sono stati diagnosticati 2558 casi di bambini sotto i 5 anni colpiti da malaria. Nella triste gara delle classifiche al contrario, il Mozambico è il 3° paese al mondo con la maggiore percentuale di casi di malaria.
E' bello vedere come, di fronte a tanta morte e distruzione, ci sia una risposta pronta in termini di aiuto e solidarietà internazionale. Ogni giorno all'aeroporto di Beira arrivano aerei-carico da  tutto il mondo con aiuti. Dubbi esistono, invece, sulla capacità di gestirli in maniera onesta e trasparente, da parte del governo mozambicano.
La chiesa sta facendo molto bene la sua parte. Il giorno successivo al passaggio del ciclone, il vescovo Claudio ha formato una "commissione emergenza ciclone" che si incontra ogni giorno. La diocesi di Beira, attraverso le parrocchie e la caritas, possiede una presenza e una conoscenza profonda e capillare del territorio, capace di individuare i nuclei famigliari più poveri o più colpiti, canalizzando aiuti di ogni genere.
Oltre agli aiuti da fuori, c'è la forza, la speranza e l'ottimismo della gente che, nonostante la tragedia, non perde il sorriso sulla bocca e la voglia di vivere. Dopo l'emergenza, comincia il tempo della ricostruzione. Sarà un tempo lento. Pang'ono pang'ono ("poco alla volta" nella lingua Sena). Un tempo lento e, in questo senso, forse, molto africano. Ma anche un tempo ottimisticamente ostinato. Anche questo, in un certo senso, molto africano.
In questi giorni alcuni amici dall'Italia hanno chiesto come possono aiutare. Come accennavo la settimana scorsa, come Missionari Saveriani, siamo presenti a Dondo, cittadina a 30 km da Beira, anch'essa fortemente colpita da ciclone. Tre padri vivono e lavorano là. Anche io vi ho vissuto tra il 2012 e il 2013. Tanta gente che conosco ha perso tutto. Sotto vi allego un progetto che abbiamo pensato e scritto assieme ai padri di Dondo. Il canale rimane, come sempre, la Casa Madre di Parma.
Grazie di tutto... Un caro saluto. Ci portiamo reciprocamente nel cuore e... tiri pabodzi! (che in Sena significa pressapoco "restiamo uniti"!)
p. Andrea

P.S.: Nella lettera della settimana scorsa c'è un errore: Beira ha circa 600 mila abitanti... non evidentemente 600 milioni, come avevo scritto.

Invio anche alcune foto:
Dalla 1 alla 8: Beira, Nhamatanda e Buzi. Foto inviate da amici o fatte circolare dalle agenzie di stampa
Dalla 9 alla 14: Dondo. Foto inviate dai Saveriani a Dondo. Famiglie che hanno perso tutto e immagini delle strutture della parrocchia o delle cappelle dove si riuniscono le nostre comunità cristiane.


Ecco il progetto, pensato dai Missionari Saveiriani in Mozambico:

Mozambico. Emergenza ciclone - Dondo

Il 14 e 15 marzo 2019 tutta la zona centrale del Mozambico è stata colpita da una depressione tropicale accompagnata da un ciclone denominato Idai. Il ciclone di forza 4, con venti che hanno raggiunto 180 km/h, assieme alle piogge torrenziali proseguite per giorni, hanno provocato danni umani e materiali senza precedenti.

La città più colpita è stata Beira, seconda città del Paese con i suoi 600 mila abitanti, situata sulla costa dell'oceano Indiano. Beira è capoluogo della regione di Sofala e sede della Diocesi dove lavorano i Missionari Saveriani. La città è stata letteralmente devastata: i dati ufficiali parlano di circa il 90% delle abitazioni distrutte. Scuole, ospedali, edifici pubblici, strade, rete dell’energia elettrica e idrica, chiese, sono rimasti profondamente danneggiati. Altri sono irrecuperabili.

La maggior parte della popolazione vive in case realizzate con materiale semplice e povero. I tetti sono lamiere di zinco che il furore del ciclone ha alzato via come fogli di giornale. Migliaia di famiglie sono così senza rimaste senza nulla. Appena fuori dalla città, la popolazione vive di agricoltura: a causa della esondazione di fiumi, il raccolto di quest’anno è pressoché totalmente compromesso.

I primi resoconti parlano di almeno 300 morti, ma il numero è destinato a salire almeno a 1000, perché il ciclone ha fustigato tutta la regione nel suo cammino verso il vicino Zimbabwe dove poi si è spento. Sono 1,5 milioni le persone direttamente interessate da questa tragedia.

I Missionari Saveriani presenti in Mozambico sono 11 e lavorano in quattro parrocchie. La più colpita dal ciclone è stata Dondo, cittadina di circa 80 mila abitanti, situata a 30 km da Beira. I Missionari Saveriani sono a Dondo dal 1998. I tre padri attualmente presenti accompagnano la vita e l’evangelizzazione di 24 comunità cristiane, 12 situate nella zona urbana e 12 nella zona rurale.

Vorremmo aiutare la nostra popolazione a rialzarsi poco alla volta. Chiediamo un sostegno per:

-        Aiutare le famiglie più povere che hanno perso tutto, contribuendo nella ricostruzione della loro casa.

-        Aiutare le nostre 24 comunità. Le comunità si riuniscono in strutture che fungono da luogo di incontro, di formazione e di preghiera. Alcune hanno perso il tetto, altre hanno visto le loro pareti cadere e necessitano di essere ristrutturate.

-        Ristrutturare gli ambienti della parrocchia che sono stati fortemente danneggiati: il salone parrocchiale e le sale di catechesi hanno perso totalmente il tetto; la casa dei padri lo ha perso parzialmente.


COME DONARE?

Con Bollettino Postale n. 1004361281, intestato a "Associazione Missionari Saveriani Onlus" (Viale San Martino 8, / 43.123 Parma).
Con Bonifico Bancario a “Associazione Missionari Saveriani Onlus”, sulle coordinate IBAN – IT77A0760112700001004361281.
Con Assegno Bancario non trasferibile, intestato a "Associazione Missionari Saveriani Onlus" (Viale San Martino 8, / 43.123 Parma).

COME CAUSALE:
MOZAMBICO. EMERGENZA CICLONE - DONDO

In caso di dubbi consultare:

giovedì 21 marzo 2019

La ribellione della terra


Notizie dal caro fratello Andrea Facchetti



Giovedì 14 marzo tutta la zona centrale del Mozambico è stata colpita da una depressione tropicale, annunciata da giorni, e accompagnata da un ciclone chiamato Idai. La città più colpita è stata Beira, seconda città del Paese con i suoi 600 milioni di abitanti, situata sulla costa dell'oceano Indiano. Beira è capoluogo della nostra regione di Sofala e sede della nostra Diocesi

Il ciclone ha divelto i tralicci dell'energia elettrica e le antenne delle tre compagnie telefoniche. In più, sono esondati due fiumi. La città è così rimasta totalmente isolata. Solo ieri, dopo tre giorni, sono state riattivate alcune linee telefoniche. Abbiamo ripreso i contatti con Beira, sono circolate le prime immagini e ci si è resi conto della gravità della situazione. L'impatto del ciclone è stato devastante.

Conosco bene Beira: vederla così, sventrata, è irriconoscibile. Si parla di circa il 90% delle abitazioni distrutte dal vento dell'uragano che infuriava a 180 km all'ora. La maggior parte della popolazione vive in case fatte di materiale semplice e povero. I tetti sono lamiere di zinco che il furore del ciclone ha alzato via come fogli di giornale. La gran parte delle famiglie sono così senza rimaste senza nulla. Ma anche case in muratura, edifici pubblici, chiese, supermercati... tutto distrutto. Distrutto e allagato, perché molte aree della città si trovano sotto il livello dell'oceano. I morti, per ora, sono 84. Il presidente della Repubblica diceva ieri sera alla nazione che il numero è destinato a salire almeno a 1000. Perché assieme alla città, è tutta la regione ad essere stata colpita.

Un amico prete che vive a Beira diceva ieri che il ciclone ha fatto cadere la torre di controllo dell'aeroporto. Nonostante questo, ieri sono arrivati cinque aerei, alcuni dal Sud Africa con i primi volontari, beni di prima necessità e medicinali. Si aspetta un volo dell'ONU, con il PMA (programma mondiale dell'alimentazione). Primo lavoro: con le motoseghe togliere gli alberi divelti dalle vie di circolazione. Diceva che ci vorranno giorni prima che vengano ripristinate energia elettrica e acqua. Per ora la gente sopravvive come può, facendo la fila ai pozzi. Il problema è che le piogge continuano e si teme la diffusione di malattie.

Noi undici Saveriani, stiamo tutti bene. Ci sono tre confratelli a Dondo - a 30 km da Beira - dove anche io ho vissuto per un anno tra il 2012 e il 2013. Parte del tetto della nostra casa di Dondo è volato via.Il salone parrocchiale è distrutto.

Noi qui a Chemba, siamo a 500 km di strada da Beira, ma a 300 km in linea d'aria. La depressione tropicale ci ha colpito di striscio, mentre indebolita andava a spegnarsi nel vicino Zimbabwe. Il fiume Zambesi ha fatto paura lunedì scorso quando è esondato ed è arrivato in strada. Per andare in paese, serviva la canoa. Dopo due giorni è rientrato, non ci sono state vittime. Anche qui le piogge continuano in maniera anormale, compromettendo l'attività agricola - che è la fonte primaria di vita della gente - e il raccolto di quest’anno. Sabato e domenica ero nelle comunità. In moto e a piedi nel fango, dato che la jeep sarebbe rimasta impantanata.

Per il resto, la mia vita corre via rapida come il grande fiume qui a pochi passi, tra scuola, studentato e visita alle comunità nei fine settimana.

Ci sarebbe tanto altro da raccontare: vedere questa tragedia nel suo contesto globale, leggerla a partire dalla prospettiva dei cambiamenti climatici, riflettere su come l'azione distruttiva dell'umano sull'ambiente, qui, in questi anni recenti, potrebbe avere amplificato le conseguenze dell'azione della natura... per ora basta così.

A chi porta nel cuore questa cosa chiamata fede, chiedo di ricordarsi di questo angolo di Africa e della sua gente.

Pasqua, quest'anno, quando arriverà anche qui, avrà un profumo diverso.

Con amicizia,

p. Andrea

Dentro l'abisso ecologico e sociale: cercando speranza


Eco dell'incontro a Pesaro su Giustizia e Pace dei Comboniani - 19-20 marzo 2019

Immersi nelle vene aperte di questa nostra umanita' ferita al cuore, riuniti a Pesaro come missionari comboniani appassionati del sogno di Dio, proviamo a condividere la sottile speranza di un mondo radicalmente altro.

Nella complessita del sistema imperiale in cui ci troviamo a vivere, Francuccio Gesualdi traccia, a partire dal mattino, le chiavi di lettura delle due crisi che il nostro mondo attraversa:
quella politico-economica e quella ecologica. In profondita ripercorre le dinamiche di asservimento forzato al dominio della finanza e al paradigma unico della crescita economica.
Per poi disegnare alcune piste di liberazione dal meccanismo perverso del dio profitto lungo la strada della rottura con l'assoluto della crescita sfidando il mondo della finanza e le sue terribili conseguenze sulle spalle degli impoveriti e dell'ecosistema.

In serata, Alex Zanotelli condivide invece la sua lettura sapienziale dei segni dei tempi.
Partendo dalla lettura contestuale della Parola di Dio e dal volto del Gesu storico, ripropone con forza la revisione nel profondo dell'impegno missionario dentro la storia: la denuncia del sistema neoliberale che uccide, la relazione con il denaro, lo stimolo per la Chiesa locale, il sostegno di campagne per creare giustizia, la sobrieta di vita, la pratica della nonviolenza, il sostegno ai migranti, la scelta di una Chiesa povera con i poveri.

La preghiera della sera e' scandita dai testi dell' enciclica " Laudato sii" e accompagna la presentazione di esperienze missionarie in Ciad e Sud Sudan e una riflessione sulla terribile crisi del Venezuela e della minaccia nucleare globale.

mercoledì 13 marzo 2019

Verso la libertà...dal dio denaro al volto degli ultimi

In cammino con i crocifissi della storia
il denaro é cosa buona. Ma l'uomo é migliore.
Risponde quando lo chiami”

Ki Zerbo, storico burkinabé

Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme”

Mc 15,40-41

Nelle vene aperte di questa nostra umanità ferita al cuore c'é ancora una buona notizia che viene dalle donne e dall'Africa che non si arrende. Come Gesù di Nazaret che é andato fino in fondo senza rinunciare al progetto di cambiare il mondo degli impoveriti di tutti i tempi.

E' ancora possibile lottare per la vita e opporsi con tutte le nostre forze al dio denaro che ci ha anestetizzati dentro casa nei confronti del dolore del mondo. Dolore che ha volti. Non statistiche. Lacrime e sorrisi. Se li guardi in faccia con passione ti cambiano radicalmente la vita. E allora diventa urgente cambiare passo per rimetterci in cammino con i crocifissi della storia...verso la libertà.

Lasciamo parlare loro. Donne che rischiano sulla pelle il sogno stesso di Dio. Dal basso e dalla strada. Non dai palazzi.

Nonhle Mbuthuma si batte con coraggio per difendere i terreni incontaminati di Xolobeni, villaggio situato nella provincia sudafricana del Capo orientale, dove la società mineraria Australia MRC punta ad estrarre titanio minacciando lo sgombero forzato di circa 5mila persone. Da anni Nonhle subisce minacce e viene intimidita da quegli stessi poliziotti che dovrebbero difenderla. E' anche scampata a un tentato omicidio. Tutto ciò non l'ha piegata.

Ahmal Fati é stata condannata in Egitto a due anni di reclusione per aver postato su Facebook un video di condanna contro le molestie sessuali.

Wanjeri Nderu si oppone in Kenya alle esecuzioni extragiudiziali.

Aisha Yesufu e Obiageli "Oby" Ezekwesili cofondatrici del movimento #BringBackOurGirls in Nigeria, sono state arrestate per un sit-in di protesta ad Abuja

Mariam al-Tayeb é stata rapita in LIbia per aver denunciato le violenze delle milizie di Tripoli.

Nawal Beinassa é finita in carcere in Marocco per aver chiesto maggiore assistenza sanitaria per la regione del RIF.



E noi?






martedì 12 febbraio 2019

Verso l'orizzonte dell'unico Dio



Il cammino di Francesco e dei fratelli musulmani per la pace autentica sulla terra


Certo fa impressione vedere il semplice Francesco che arriva su un utilitaria e varca le soglie degli Emirati Arabi tra palazzi di lusso e vetrine luccicanti. Siamo abituati a vederlo tra i poveri e derelitti della terra e ancora lo aspettiamo nella terra martoriata d'Africa. Il Sud Sudan é nel suo cuore con tutti gli ultimi del mondo. Come fu per il profeta di Assisi che ottocento anni fa osò visitare il sultano in Egitto per chiedere pace in pieno tempo di crociate. A piedi nudi su madre terra Africa. Che ha qualcosa sempre da insegnare ai Francesco di ogni tempo.

Entra nel Fouders Memorial mano nella mano con i fratelli musulmani. Passo lento e sguardo umile. Di quell'umiltà che solo i grandi sogni costruiti insieme sono capaci. “Visito gli Emirati Arabi come un fratello” incalza Francesco. Punta tutto sulla fratellanza universale che bandisce le armi, le guerre e i fondamentalismi in nome di Dio. “Nessuno può uccidere in nome di Dio”. Messaggio forte e netto che risuona nell'orizzonte del sogno dell'unico Dio. Capace di arrivare alle orecchie dei Boko Haram della Nigeria, dei gruppi Jihadisti del Mali e del Burkina FAso, degli Al Shabab della Somalia. E di tutti i governanti corrotti che strumentalizzano le religioni per cercare potere e soldi. Dal Centrafrica al Sudan.

Il suo linguaggio é nonviolento e accogliente. Ma determinato. Sa molto bene che la terra che attraversa sostiene la coalizione saudita per la guerra in Yemen affamando un popolo intero. Ma non evita il problema: “Alle religioni, come mai in passato, spetta, in questo delicato frangente storico, un compito non più rimandabile: contribuire attivamente a smilitarizzare il cuore dell'uomo”. E tuona contro la corsa agli armamenti e alle nefaste conseguenze in Yemen, Siria, Iraq, Libia. Sente il grido degli oppressi del nostro tempo e lancia un allarme. Anche per l'Africa dove nella terra di nessuno della Libia di oggi combattono diverse coalizioni legate alle potenze occidentali contro i ribelli ciadiani che vogliono scendere per prendere il potere nella capitale N'Djamena. Tutti alla ricerca del controllo dei pozzi di petrolio. Nella regione del Fezzan, a sud della Libia, il conflitto si intreccia con il passo dei migranti che dal Ciad, dal Sudan e dal Niger arrivano per cercare di varcare le acque del Mediterraneo.

Abbraccia i fratelli musulmani e la speranza di un mondo radicalmente altro. Fondato sulla giustizia vera, che per definizione é universale. Lancia un ponte tra popoli e culture. Firmato nero su bianco attraverso un accordo concreto. Non l'ennesima legge delle buone intenzioni ma l'impegno dei cattolici e dei musulmani d'Oriente e d'Occidente per “adottare la cultura del dialogo come via, la collaborazione comune come condotta, la conoscenza reciproca come metodo e criterio”. Insieme prendono per mano la libertà religiosa e il rispetto della ricerca d'infinito di ogni essere umano. “Senza libertà religiosa non si é fratelli ma schiavi” ribadisce Francesco. Cammini congiunti di rigenerazione che per restare con i piedi per terra osano l'impegno doveroso contro “la logica della potenza armata, la monetarizzazione delle relazioni, l'armamento dei confini, l'innalzamento dei muri, l'imbavagliamento dei poveri”. Acqua fresca per i popoli delle Afriche che inseguono il sogno della libertà. A cominciare da quello della Repubblica democratica del Congo espropriato del risultato elettorale solo un mese fa.

Francesco conclude il suo cammino profetico in terra d'Islam con delle immagini forti e simboliche che arrivano dritte al cuore degli uomini e delle donne di tutti gli orizzonti della terra: l'arca dell'alleanza, cara a diverse tradizioni religiose, come segno della convivialità delle differenze, la colomba che per volare ha bisogno delle due ali della giustizia e dell'educazione e il deserto che fiorisce quando l'incontro e il dialogo veicolano amicizia e impegno per la casa comune.

Prossima tappa il Marocco. Con ostinata speranza per la profezia della fratellanza interreligiosa. Ancora in terra d'Islam per parlare a tutti della buona novella della pace autentica fondata su verità, giustizia, libertà, amore. Come ricordava negli anni sessanta del secolo scorso il documento profetico della Pacem in Terris di Giovanni XXIII in tempi terribili di guerra fredda e minacce di conflitti globali.

Lo aspettiamo presto più a sud. Nel cuore dell'Africa. Dove le disuguaglianze globali mostrano il loro volto più feroce. Passaggio che Francesco porta in sogno per scaldare ancora e sempre il cuore degli impoveriti della terra che lottano, soffrono e sperano un posto degno ed eguale al banchetto dell'umanità. Oltre colori della pelle, etnie, culture, religioni. Per ritrovarsi soltanto e davvero fratelli e sorelle. Verso l'orizzonte dell'unico Dio.


mercoledì 5 dicembre 2018

Sur les pas de la Paix


Pèlerinage islamo-chrétien sur les routes du Tchad

28 novembre – 1 décembre
Deux équipes des pèlerins chrétiens et musulmans, deux voitures et un seul objectif : « sur les pas de la paix, au-delà du passé, ensemble pour la cohabitation pacifique ». C’était ça le thème du pèlerinage de la paix organisé par la Tente d’Abraham de N’Djamena et le Foyer des Jeunes d’Abéché.
Si les pèlerinages jouent un grand rôle dans la tradition du christianisme et de l’Islam comme itinéraires de conversion, notre expérience était un peu originale. Compte tenu des kilomètres et du temps nous avons décidé de briser nos distances grâce à des véhicules et pas en se confiant à nos jambes. Mais la route et la destination était unique pour les jeunes chrétiens et musulmans présents.
A la suite de la journée de prière pour la cohabitation pacifique et la concorde nationale bien célébrées à la Tente d’Abraham à N’Djamena et au Foyer des Jeunes à Abéché le mercredi 28 Novembre, les deux équipes se sont mises en route. Quatre jeunes à N’Djamena et huit à Abéché. Destinations Bitkine et Biltine. Main dans la main, tout en se confiant au seul Dieu les jeunes ont été accueillis sur place avec joie par les comités locaux d’organisation, composés aussi de jeunes chrétiens et musulmans. Pendant la soirée du jeudi 29, dans une ambiance de fête et de rencontre fraternelle les jeunes de Bitkine et de Biltine ont rempli respectivement le Centre Culturel et la Maison de la Culture.
 Même scenario le vendredi soir au Centre Culturel de Dadouar pour l’équipe venant de N’Djamena et à la Salle de la Mairie d’Oum Hadjer pour celle venant d’Abéché. Pour clôturer tous ensemble à Mongo le samedi 1 décembre à l’Institut Technique.
Les autorités locales ont bien salué ces initiatives et ils ont tenu des discours vraiment encourageants à l’égard des jeunes de toute ethnie et religion. A Biltine le Secrétaire du Maire nous a demandé de revenir bientôt ! C’était une première fois dans toutes ces localités et la nouveauté a réveillé dans les esprits des jeunes la soif d’un monde de paix véritable fondée sur la justice.
Des sketchs, poèmes, théâtres et musiques ont accompagnés ces soirées où la paix au Tchad et dans le monde était au centre de toute attention. Les témoignages des pèlerins ont touchés au cœur les jeunes participants : histoires des chrétiens et musulmans qui se pardonnent et se réconcilient, des jeunes et des familles entières qui bâtissent des liens très fort d’amitié tout en gardant leurs manières différentes de prier,  des regards qui changent quand on apprend à voir l’autre comme un frère et pas comme un ennemi ou adversaire. Des langages qui changent quand on commence à bannir les mots pleins de mépris « sarai sakit » et « doum ».
Les jeunes nous enseignent qu’ils veulent vraiment aller, comme le dit le thème du pèlerinage, au-delà du passé qui appartient à leurs ancêtres. Ils veulent vivre une époque différente : de paix, de compréhension, de dialogue et de rencontre entre différents. Peu importe si l’autre vient du sud ou du nord, chrétien ou musulman. Ce qui importe c’est de créer ensemble des occasions pour étudier, travailler et développer le pays qui appartient à tous. « Nous sommes tous tchadiens » répétaient comme une chorale les participants.
Mais le moment plus fort a été celui de la prière ensemble : à tour de rôle les versets du Coran et de la Bible ont résonnés dans les étapes de notre pèlerinage. Sans polémiques nous avons demandé au même Allah de changer nos cœurs en vue d’un comportement diffèrent vers l’autre. Qui a toujours le droit d’être autre. Les mains levés au ciel pour prier la Fatiha et le Notre Père nous ont plongé dans le rêve de Dieu : là où il y a seulement des frères et sœurs qui vivent ensemble au-delà des ethnies, cultures, couleurs de la peau et religions. « La cohabitation pacifique est possible » ont crié souvent les pèlerins. Et pas seulement ça: elle est de plus en plus nécessaire et urgente !

Liberando Umanità



Sui passi del Dio che irrompe


Mt 15,21-28

Lettera agli amici

Abéché, 2 dicembre 2018, inizio dell’Avvento



Il Dio di Gesù di Nazareth sceglie per passione la strada dell’immersione radicale tra gli uomini. Mette la sua tenda. Non si lava le mani. Se le sporca. E dal basso della terra libera tra gli uomini quella potenzialità innata, straripante e autogenerativa di uscire da sé per dare vita e speranza agli altri. Così la vita circola, aumenta, rinasce. Genera Natale. Libera umanità. Provoca la felicità vera delle Beatitudini: più dai e più ricevi, più ti impegni per un mondo radicalmente più giusto e più ne cogli i frutti. “C’è più gioia nel dare che nel ricevere” diceva Paolo agli anziani di Efeso (At 20,35).

Così carissimi amici e amiche vorrei condividere con tutti voi qualche passo che Dio mi ha fatto percorrere e mi ha insegnato sulle strade polverose del Ciad in questi intensissimi nove anni. Rileggendo l’incontro di Gesù di Nazareth con la donna cananea riscopro alcune PAROLE che diventano pietre miliari nel cammino della mia vita. Per farne tesoro in vista della prossima missione in terra d’Italia…dall’anno prossimo!

PROSSIMITA’: v.21 “Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e Sidone”:

Gesù di Nazareth cammina e visita. Sempre vicino alla gente. Mi ha insegnato a entrare nelle case, villaggi, scuole, ospedali e prigioni, a passare il tempo in mezzo al popolo, mangiando quello che si trova e prendendo il the assieme. Sulla stuoia o sulla sedia. Raccontandoci la vita, sogni, attese, paure e angoscie. Quelle dei discepoli di ieri e di oggi. Dando conforto ai malati, agli afflitti. Ricevendone in cambio il doppio. Osservando volti, sentendo il battito del cuore del popolo. Rianimando speranza tra le vene aperte degli ultimi della terra. Lasciandomi scaldare la vita dal calore umano che riserva un abbraccio vero. Nelle comunità cristiane, visitando imam e pastori protestanti, incontrando sulla strada. Anche la notte profonda quando Claude mi chiama per portare sua moglie grave in ospedale. Visitando per dare importanza all’altro come mi insegna Olivier: “Papà Filippo, quando vieni a trovarci per noi è un onore”. Visite improvvisate ai vicini, la sera quando il sole aggressivo di questa terra ci lascia respirare. Per terminare sempre con le mani rivolte al cielo, affidando al Dio della vita i nostri passi sulla terra.

IMPOTENZA: v.22 “Ed ecco una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: “Pietà di me Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio

La donna che grida è disperata. Non sa più cosa fare. Sente l’impotenza dentro e fuori di sé. Ho imparato sulla pelle cosa vuol dire non trovare soluzione. Anche dopo notti insonni, riunioni a non finire sotto il grande albero. A volte mi sono sentito proprio inutile. Spesso nel marasma di questo sistema strutturalmente così ingiusto, non sapendo cosa fare, mi è rimasta la sola soluzione che mi ha insegnato Lele Ramin dal Brasile: un abbraccio!

Eppure la mia pretesa di risolvere sempre tutto ha pian piano imparato a lasciare spazio a Dio. Ai suoi tempi, al suo modo, alle sue sorprese. Ho gridato anch’io al Padre nelle mie notti ciadiane. E Lui ha risposto quando meno me l’aspettavo. E’ intervenuto per liberare dalle fatiche insormontabili. Due processi di riconciliazione con alcuni fratelli che pensavo ormai impossibili. Come ha sperimentato Paolo: “Tutto è possibile in Colui che mi dà la forza” (Fil 4,13)



COLLABORAZIONE E FRATERNITA’: v.23 “Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: “Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!

Strano l’atteggiamento di Gesù. Neppure una parola a colei che soffre. La donna è straniera e pensa a lui come figlio di Davide, nel solco della tradizione di Israele. Un re forte, vittorioso, vendicativo. Ma chiede misericordia per sua figlia allo stremo. Il silenzio di Gesù sembra allora destinato a far fare un passo in avanti alla donna. Per incontrarlo nella sua vera identità.

Ho imparato in questi anni d’Africa che è importante lasciare fare il passo all’altro. Quando un idea, un progetto, un sogno viene direttamente dalla gente va in porto con dei frutti. Quando è pensato solo da noi allora resta una buona idea e poco più. Così vale per la nostra comunità comboniana: la nostra forza è sognare, pensare, realizzare insieme le diverse attività. Come fratelli che si ascoltano e decisono insieme. Così é importante lasciare il tempo all’altro per farsi avanti, anche quando i nostri più vicini collaboratori ci invitano a prendere sempre l’iniziativa. Se una comunità cristiana fa il primo passo allora tutto è più facile. La collaborazione va da sé. La fraternità chiude il cerchio. Sono cominciati così i pozzi a Goz Beida e Koukou, la banca dei cereali del Movimento Rewnodji, il progetto formazione al cucito e la pressa ad olio per le donne musulmane. Le scuole di Oum Hadjer e Adré, Guereda e Goz Beida, l’acqua a Biltine.

MISTICA: v. 25 “ Ma la donna si mette in ginocchio davanti a lui e dice:” Maestro aiutami!”.

La donna cerca col cuore la relazione con Gesù. Senza il contatto diretto e costante con Gesù di Nazaret la missione non tiene. Me lo disse un giorno nei denti un comboniano che è nato in cielo la settimana scorsa, fratel Elia: “Se non preghi, caro mio, tornerai presto a casa dall’Africa!”. Era vero. Nella gioia e nel dolore della missione si resta solo se si è aggrappati a Lui. Per riconoscerlo al lavoro tra i volti e le vicende del nostro popolo. La missione è sua e siamo noi ad aiutarlo e a collaborare con lui. Noi a dare una mano allo Spirito di vita che trasforma il mondo. Gregari e non protagonisti. L’unico insostituibile nella missione è Lui!

SENSO DI APPARTENENZA: v.26 Gesù rispose:”Non è bene prendere il pane dei bambini e darlo ai cani”

La risposta di Gesù sembra ancora più dura. Anzi razzista. Chi può chiamare gli altri “cani”? Gli ebrei , che si consideravano i bambini preferiti da Dio, chiamavano con disprezzo i pagani “cani”. Gesù è profondamente ebreo, radicato nella sua cultura. Qui provoca il cambiamento della donna che prima era in piedi e ora in ginocchio. Prima lo chiamava “Figlio di Davide” come chi non ha capito nulla e ora “ Maestro” come i discepoli che imparano da lui. Gesù sta preparando il passo finale della donna. Gesù appartiene ad una cultura precisa ma va oltre per lasciare spazio al Vangelo che si immerge e fa nuove tutte le cose. Così ho imparato un po' in Ciad a sentirmi più parte della mia famiglia comboniana con le nostre ricchezze e i nostri limiti. Cadute e risalite. Dentro le molteplici culture ciadiane che ci hanno accolto. Per provare a lasciarci trasformare dal Vangelo in fratelli e sorelle. Oltre lingue, colori della pelle, tradizioni, religioni. Nel pellegrinaggio della pace con giovani cristiani e musulmani, che abbiamo terminato a Mongo sabato scorso, ho respirato a tratti il sogno di Dio.

UMILTA’ E AUDACIA: v.27 “ E’ vero maestro, dice lei, nonostante ciò i cani mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro maestri”.

La donna non si arrende e la sua audacia la porta a fare il passo decisivo. Quello dell’umiltà. La povertà vera. Il riconoscersi nulla davanti a Lui che ci vuole accogliere con tutti gli onori. Più ti abbassi e più Lui ti rialza. Più ti gonfi e più la vita stessa ti stende.

Dalle umiliazioni ho imparato un po' l’umiltà. Di chiedere perdono. Di riconoscere errori e mancanze. Di non avere sempre ragione o la migliore idea. Di tacere al momento giusto. Di riconoscermi piccolo e fragile. Bisognoso di Dio e dei fratelli sempre. Ho imparato, un po' soltanto, ad obbedire. A lasciare il Ciad per un nuovo servizio in Italia. Senza averlo chiesto né desiderato.



FIDUCIA: v.28 “Allora Gesù le rispose: Oh! Com’è grande la tua fiducia! Dio ti darà quello che desideri. E sua figlia fu guarita in quello stesso istante”

Ecco che la donna è arrivata dove Gesù voleva portarla. Alla fiducia piena. Non nella sua idea di Dio magico, forte e vittorioso, appartenente ad una cultura precisa. Ma nel Dio di Gesù. Il Padre di tutti che attende sulla strada il nostro ritorno. Il Dio che, per primo, ha fiducia in noi. E che attende la risposta fiduciosa e umile da parte nostra.

Ho imparato un po' a dare fiducia alla nostra gente. A farli sentire importanti. Come loro hanno fatto con me. Anche quando mi hanno tradito. Così è il sogno di Daniele Comboni che non può fermarsi nonostante gli ostacoli e le prove del cammino.

Sempre e comunque in cammino liberando umanità.

Sempre e comunque in cammino liberando l’Africa con l’Africa.

Buon tempo di Avvento,

Vostro sempre

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