giovedì 21 marzo 2019

La ribellione della terra


Notizie dal caro fratello Andrea Facchetti



Giovedì 14 marzo tutta la zona centrale del Mozambico è stata colpita da una depressione tropicale, annunciata da giorni, e accompagnata da un ciclone chiamato Idai. La città più colpita è stata Beira, seconda città del Paese con i suoi 600 milioni di abitanti, situata sulla costa dell'oceano Indiano. Beira è capoluogo della nostra regione di Sofala e sede della nostra Diocesi

Il ciclone ha divelto i tralicci dell'energia elettrica e le antenne delle tre compagnie telefoniche. In più, sono esondati due fiumi. La città è così rimasta totalmente isolata. Solo ieri, dopo tre giorni, sono state riattivate alcune linee telefoniche. Abbiamo ripreso i contatti con Beira, sono circolate le prime immagini e ci si è resi conto della gravità della situazione. L'impatto del ciclone è stato devastante.

Conosco bene Beira: vederla così, sventrata, è irriconoscibile. Si parla di circa il 90% delle abitazioni distrutte dal vento dell'uragano che infuriava a 180 km all'ora. La maggior parte della popolazione vive in case fatte di materiale semplice e povero. I tetti sono lamiere di zinco che il furore del ciclone ha alzato via come fogli di giornale. La gran parte delle famiglie sono così senza rimaste senza nulla. Ma anche case in muratura, edifici pubblici, chiese, supermercati... tutto distrutto. Distrutto e allagato, perché molte aree della città si trovano sotto il livello dell'oceano. I morti, per ora, sono 84. Il presidente della Repubblica diceva ieri sera alla nazione che il numero è destinato a salire almeno a 1000. Perché assieme alla città, è tutta la regione ad essere stata colpita.

Un amico prete che vive a Beira diceva ieri che il ciclone ha fatto cadere la torre di controllo dell'aeroporto. Nonostante questo, ieri sono arrivati cinque aerei, alcuni dal Sud Africa con i primi volontari, beni di prima necessità e medicinali. Si aspetta un volo dell'ONU, con il PMA (programma mondiale dell'alimentazione). Primo lavoro: con le motoseghe togliere gli alberi divelti dalle vie di circolazione. Diceva che ci vorranno giorni prima che vengano ripristinate energia elettrica e acqua. Per ora la gente sopravvive come può, facendo la fila ai pozzi. Il problema è che le piogge continuano e si teme la diffusione di malattie.

Noi undici Saveriani, stiamo tutti bene. Ci sono tre confratelli a Dondo - a 30 km da Beira - dove anche io ho vissuto per un anno tra il 2012 e il 2013. Parte del tetto della nostra casa di Dondo è volato via.Il salone parrocchiale è distrutto.

Noi qui a Chemba, siamo a 500 km di strada da Beira, ma a 300 km in linea d'aria. La depressione tropicale ci ha colpito di striscio, mentre indebolita andava a spegnarsi nel vicino Zimbabwe. Il fiume Zambesi ha fatto paura lunedì scorso quando è esondato ed è arrivato in strada. Per andare in paese, serviva la canoa. Dopo due giorni è rientrato, non ci sono state vittime. Anche qui le piogge continuano in maniera anormale, compromettendo l'attività agricola - che è la fonte primaria di vita della gente - e il raccolto di quest’anno. Sabato e domenica ero nelle comunità. In moto e a piedi nel fango, dato che la jeep sarebbe rimasta impantanata.

Per il resto, la mia vita corre via rapida come il grande fiume qui a pochi passi, tra scuola, studentato e visita alle comunità nei fine settimana.

Ci sarebbe tanto altro da raccontare: vedere questa tragedia nel suo contesto globale, leggerla a partire dalla prospettiva dei cambiamenti climatici, riflettere su come l'azione distruttiva dell'umano sull'ambiente, qui, in questi anni recenti, potrebbe avere amplificato le conseguenze dell'azione della natura... per ora basta così.

A chi porta nel cuore questa cosa chiamata fede, chiedo di ricordarsi di questo angolo di Africa e della sua gente.

Pasqua, quest'anno, quando arriverà anche qui, avrà un profumo diverso.

Con amicizia,

p. Andrea

Dentro l'abisso ecologico e sociale: cercando speranza


Eco dell'incontro a Pesaro su Giustizia e Pace dei Comboniani - 19-20 marzo 2019

Immersi nelle vene aperte di questa nostra umanita' ferita al cuore, riuniti a Pesaro come missionari comboniani appassionati del sogno di Dio, proviamo a condividere la sottile speranza di un mondo radicalmente altro.

Nella complessita del sistema imperiale in cui ci troviamo a vivere, Francuccio Gesualdi traccia, a partire dal mattino, le chiavi di lettura delle due crisi che il nostro mondo attraversa:
quella politico-economica e quella ecologica. In profondita ripercorre le dinamiche di asservimento forzato al dominio della finanza e al paradigma unico della crescita economica.
Per poi disegnare alcune piste di liberazione dal meccanismo perverso del dio profitto lungo la strada della rottura con l'assoluto della crescita sfidando il mondo della finanza e le sue terribili conseguenze sulle spalle degli impoveriti e dell'ecosistema.

In serata, Alex Zanotelli condivide invece la sua lettura sapienziale dei segni dei tempi.
Partendo dalla lettura contestuale della Parola di Dio e dal volto del Gesu storico, ripropone con forza la revisione nel profondo dell'impegno missionario dentro la storia: la denuncia del sistema neoliberale che uccide, la relazione con il denaro, lo stimolo per la Chiesa locale, il sostegno di campagne per creare giustizia, la sobrieta di vita, la pratica della nonviolenza, il sostegno ai migranti, la scelta di una Chiesa povera con i poveri.

La preghiera della sera e' scandita dai testi dell' enciclica " Laudato sii" e accompagna la presentazione di esperienze missionarie in Ciad e Sud Sudan e una riflessione sulla terribile crisi del Venezuela e della minaccia nucleare globale.

mercoledì 13 marzo 2019

Verso la libertà...dal dio denaro al volto degli ultimi

In cammino con i crocifissi della storia
il denaro é cosa buona. Ma l'uomo é migliore.
Risponde quando lo chiami”

Ki Zerbo, storico burkinabé

Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme”

Mc 15,40-41

Nelle vene aperte di questa nostra umanità ferita al cuore c'é ancora una buona notizia che viene dalle donne e dall'Africa che non si arrende. Come Gesù di Nazaret che é andato fino in fondo senza rinunciare al progetto di cambiare il mondo degli impoveriti di tutti i tempi.

E' ancora possibile lottare per la vita e opporsi con tutte le nostre forze al dio denaro che ci ha anestetizzati dentro casa nei confronti del dolore del mondo. Dolore che ha volti. Non statistiche. Lacrime e sorrisi. Se li guardi in faccia con passione ti cambiano radicalmente la vita. E allora diventa urgente cambiare passo per rimetterci in cammino con i crocifissi della storia...verso la libertà.

Lasciamo parlare loro. Donne che rischiano sulla pelle il sogno stesso di Dio. Dal basso e dalla strada. Non dai palazzi.

Nonhle Mbuthuma si batte con coraggio per difendere i terreni incontaminati di Xolobeni, villaggio situato nella provincia sudafricana del Capo orientale, dove la società mineraria Australia MRC punta ad estrarre titanio minacciando lo sgombero forzato di circa 5mila persone. Da anni Nonhle subisce minacce e viene intimidita da quegli stessi poliziotti che dovrebbero difenderla. E' anche scampata a un tentato omicidio. Tutto ciò non l'ha piegata.

Ahmal Fati é stata condannata in Egitto a due anni di reclusione per aver postato su Facebook un video di condanna contro le molestie sessuali.

Wanjeri Nderu si oppone in Kenya alle esecuzioni extragiudiziali.

Aisha Yesufu e Obiageli "Oby" Ezekwesili cofondatrici del movimento #BringBackOurGirls in Nigeria, sono state arrestate per un sit-in di protesta ad Abuja

Mariam al-Tayeb é stata rapita in LIbia per aver denunciato le violenze delle milizie di Tripoli.

Nawal Beinassa é finita in carcere in Marocco per aver chiesto maggiore assistenza sanitaria per la regione del RIF.



E noi?






martedì 12 febbraio 2019

Verso l'orizzonte dell'unico Dio



Il cammino di Francesco e dei fratelli musulmani per la pace autentica sulla terra


Certo fa impressione vedere il semplice Francesco che arriva su un utilitaria e varca le soglie degli Emirati Arabi tra palazzi di lusso e vetrine luccicanti. Siamo abituati a vederlo tra i poveri e derelitti della terra e ancora lo aspettiamo nella terra martoriata d'Africa. Il Sud Sudan é nel suo cuore con tutti gli ultimi del mondo. Come fu per il profeta di Assisi che ottocento anni fa osò visitare il sultano in Egitto per chiedere pace in pieno tempo di crociate. A piedi nudi su madre terra Africa. Che ha qualcosa sempre da insegnare ai Francesco di ogni tempo.

Entra nel Fouders Memorial mano nella mano con i fratelli musulmani. Passo lento e sguardo umile. Di quell'umiltà che solo i grandi sogni costruiti insieme sono capaci. “Visito gli Emirati Arabi come un fratello” incalza Francesco. Punta tutto sulla fratellanza universale che bandisce le armi, le guerre e i fondamentalismi in nome di Dio. “Nessuno può uccidere in nome di Dio”. Messaggio forte e netto che risuona nell'orizzonte del sogno dell'unico Dio. Capace di arrivare alle orecchie dei Boko Haram della Nigeria, dei gruppi Jihadisti del Mali e del Burkina FAso, degli Al Shabab della Somalia. E di tutti i governanti corrotti che strumentalizzano le religioni per cercare potere e soldi. Dal Centrafrica al Sudan.

Il suo linguaggio é nonviolento e accogliente. Ma determinato. Sa molto bene che la terra che attraversa sostiene la coalizione saudita per la guerra in Yemen affamando un popolo intero. Ma non evita il problema: “Alle religioni, come mai in passato, spetta, in questo delicato frangente storico, un compito non più rimandabile: contribuire attivamente a smilitarizzare il cuore dell'uomo”. E tuona contro la corsa agli armamenti e alle nefaste conseguenze in Yemen, Siria, Iraq, Libia. Sente il grido degli oppressi del nostro tempo e lancia un allarme. Anche per l'Africa dove nella terra di nessuno della Libia di oggi combattono diverse coalizioni legate alle potenze occidentali contro i ribelli ciadiani che vogliono scendere per prendere il potere nella capitale N'Djamena. Tutti alla ricerca del controllo dei pozzi di petrolio. Nella regione del Fezzan, a sud della Libia, il conflitto si intreccia con il passo dei migranti che dal Ciad, dal Sudan e dal Niger arrivano per cercare di varcare le acque del Mediterraneo.

Abbraccia i fratelli musulmani e la speranza di un mondo radicalmente altro. Fondato sulla giustizia vera, che per definizione é universale. Lancia un ponte tra popoli e culture. Firmato nero su bianco attraverso un accordo concreto. Non l'ennesima legge delle buone intenzioni ma l'impegno dei cattolici e dei musulmani d'Oriente e d'Occidente per “adottare la cultura del dialogo come via, la collaborazione comune come condotta, la conoscenza reciproca come metodo e criterio”. Insieme prendono per mano la libertà religiosa e il rispetto della ricerca d'infinito di ogni essere umano. “Senza libertà religiosa non si é fratelli ma schiavi” ribadisce Francesco. Cammini congiunti di rigenerazione che per restare con i piedi per terra osano l'impegno doveroso contro “la logica della potenza armata, la monetarizzazione delle relazioni, l'armamento dei confini, l'innalzamento dei muri, l'imbavagliamento dei poveri”. Acqua fresca per i popoli delle Afriche che inseguono il sogno della libertà. A cominciare da quello della Repubblica democratica del Congo espropriato del risultato elettorale solo un mese fa.

Francesco conclude il suo cammino profetico in terra d'Islam con delle immagini forti e simboliche che arrivano dritte al cuore degli uomini e delle donne di tutti gli orizzonti della terra: l'arca dell'alleanza, cara a diverse tradizioni religiose, come segno della convivialità delle differenze, la colomba che per volare ha bisogno delle due ali della giustizia e dell'educazione e il deserto che fiorisce quando l'incontro e il dialogo veicolano amicizia e impegno per la casa comune.

Prossima tappa il Marocco. Con ostinata speranza per la profezia della fratellanza interreligiosa. Ancora in terra d'Islam per parlare a tutti della buona novella della pace autentica fondata su verità, giustizia, libertà, amore. Come ricordava negli anni sessanta del secolo scorso il documento profetico della Pacem in Terris di Giovanni XXIII in tempi terribili di guerra fredda e minacce di conflitti globali.

Lo aspettiamo presto più a sud. Nel cuore dell'Africa. Dove le disuguaglianze globali mostrano il loro volto più feroce. Passaggio che Francesco porta in sogno per scaldare ancora e sempre il cuore degli impoveriti della terra che lottano, soffrono e sperano un posto degno ed eguale al banchetto dell'umanità. Oltre colori della pelle, etnie, culture, religioni. Per ritrovarsi soltanto e davvero fratelli e sorelle. Verso l'orizzonte dell'unico Dio.


mercoledì 5 dicembre 2018

Sur les pas de la Paix


Pèlerinage islamo-chrétien sur les routes du Tchad

28 novembre – 1 décembre
Deux équipes des pèlerins chrétiens et musulmans, deux voitures et un seul objectif : « sur les pas de la paix, au-delà du passé, ensemble pour la cohabitation pacifique ». C’était ça le thème du pèlerinage de la paix organisé par la Tente d’Abraham de N’Djamena et le Foyer des Jeunes d’Abéché.
Si les pèlerinages jouent un grand rôle dans la tradition du christianisme et de l’Islam comme itinéraires de conversion, notre expérience était un peu originale. Compte tenu des kilomètres et du temps nous avons décidé de briser nos distances grâce à des véhicules et pas en se confiant à nos jambes. Mais la route et la destination était unique pour les jeunes chrétiens et musulmans présents.
A la suite de la journée de prière pour la cohabitation pacifique et la concorde nationale bien célébrées à la Tente d’Abraham à N’Djamena et au Foyer des Jeunes à Abéché le mercredi 28 Novembre, les deux équipes se sont mises en route. Quatre jeunes à N’Djamena et huit à Abéché. Destinations Bitkine et Biltine. Main dans la main, tout en se confiant au seul Dieu les jeunes ont été accueillis sur place avec joie par les comités locaux d’organisation, composés aussi de jeunes chrétiens et musulmans. Pendant la soirée du jeudi 29, dans une ambiance de fête et de rencontre fraternelle les jeunes de Bitkine et de Biltine ont rempli respectivement le Centre Culturel et la Maison de la Culture.
 Même scenario le vendredi soir au Centre Culturel de Dadouar pour l’équipe venant de N’Djamena et à la Salle de la Mairie d’Oum Hadjer pour celle venant d’Abéché. Pour clôturer tous ensemble à Mongo le samedi 1 décembre à l’Institut Technique.
Les autorités locales ont bien salué ces initiatives et ils ont tenu des discours vraiment encourageants à l’égard des jeunes de toute ethnie et religion. A Biltine le Secrétaire du Maire nous a demandé de revenir bientôt ! C’était une première fois dans toutes ces localités et la nouveauté a réveillé dans les esprits des jeunes la soif d’un monde de paix véritable fondée sur la justice.
Des sketchs, poèmes, théâtres et musiques ont accompagnés ces soirées où la paix au Tchad et dans le monde était au centre de toute attention. Les témoignages des pèlerins ont touchés au cœur les jeunes participants : histoires des chrétiens et musulmans qui se pardonnent et se réconcilient, des jeunes et des familles entières qui bâtissent des liens très fort d’amitié tout en gardant leurs manières différentes de prier,  des regards qui changent quand on apprend à voir l’autre comme un frère et pas comme un ennemi ou adversaire. Des langages qui changent quand on commence à bannir les mots pleins de mépris « sarai sakit » et « doum ».
Les jeunes nous enseignent qu’ils veulent vraiment aller, comme le dit le thème du pèlerinage, au-delà du passé qui appartient à leurs ancêtres. Ils veulent vivre une époque différente : de paix, de compréhension, de dialogue et de rencontre entre différents. Peu importe si l’autre vient du sud ou du nord, chrétien ou musulman. Ce qui importe c’est de créer ensemble des occasions pour étudier, travailler et développer le pays qui appartient à tous. « Nous sommes tous tchadiens » répétaient comme une chorale les participants.
Mais le moment plus fort a été celui de la prière ensemble : à tour de rôle les versets du Coran et de la Bible ont résonnés dans les étapes de notre pèlerinage. Sans polémiques nous avons demandé au même Allah de changer nos cœurs en vue d’un comportement diffèrent vers l’autre. Qui a toujours le droit d’être autre. Les mains levés au ciel pour prier la Fatiha et le Notre Père nous ont plongé dans le rêve de Dieu : là où il y a seulement des frères et sœurs qui vivent ensemble au-delà des ethnies, cultures, couleurs de la peau et religions. « La cohabitation pacifique est possible » ont crié souvent les pèlerins. Et pas seulement ça: elle est de plus en plus nécessaire et urgente !

Liberando Umanità



Sui passi del Dio che irrompe


Mt 15,21-28

Lettera agli amici

Abéché, 2 dicembre 2018, inizio dell’Avvento



Il Dio di Gesù di Nazareth sceglie per passione la strada dell’immersione radicale tra gli uomini. Mette la sua tenda. Non si lava le mani. Se le sporca. E dal basso della terra libera tra gli uomini quella potenzialità innata, straripante e autogenerativa di uscire da sé per dare vita e speranza agli altri. Così la vita circola, aumenta, rinasce. Genera Natale. Libera umanità. Provoca la felicità vera delle Beatitudini: più dai e più ricevi, più ti impegni per un mondo radicalmente più giusto e più ne cogli i frutti. “C’è più gioia nel dare che nel ricevere” diceva Paolo agli anziani di Efeso (At 20,35).

Così carissimi amici e amiche vorrei condividere con tutti voi qualche passo che Dio mi ha fatto percorrere e mi ha insegnato sulle strade polverose del Ciad in questi intensissimi nove anni. Rileggendo l’incontro di Gesù di Nazareth con la donna cananea riscopro alcune PAROLE che diventano pietre miliari nel cammino della mia vita. Per farne tesoro in vista della prossima missione in terra d’Italia…dall’anno prossimo!

PROSSIMITA’: v.21 “Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e Sidone”:

Gesù di Nazareth cammina e visita. Sempre vicino alla gente. Mi ha insegnato a entrare nelle case, villaggi, scuole, ospedali e prigioni, a passare il tempo in mezzo al popolo, mangiando quello che si trova e prendendo il the assieme. Sulla stuoia o sulla sedia. Raccontandoci la vita, sogni, attese, paure e angoscie. Quelle dei discepoli di ieri e di oggi. Dando conforto ai malati, agli afflitti. Ricevendone in cambio il doppio. Osservando volti, sentendo il battito del cuore del popolo. Rianimando speranza tra le vene aperte degli ultimi della terra. Lasciandomi scaldare la vita dal calore umano che riserva un abbraccio vero. Nelle comunità cristiane, visitando imam e pastori protestanti, incontrando sulla strada. Anche la notte profonda quando Claude mi chiama per portare sua moglie grave in ospedale. Visitando per dare importanza all’altro come mi insegna Olivier: “Papà Filippo, quando vieni a trovarci per noi è un onore”. Visite improvvisate ai vicini, la sera quando il sole aggressivo di questa terra ci lascia respirare. Per terminare sempre con le mani rivolte al cielo, affidando al Dio della vita i nostri passi sulla terra.

IMPOTENZA: v.22 “Ed ecco una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: “Pietà di me Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio

La donna che grida è disperata. Non sa più cosa fare. Sente l’impotenza dentro e fuori di sé. Ho imparato sulla pelle cosa vuol dire non trovare soluzione. Anche dopo notti insonni, riunioni a non finire sotto il grande albero. A volte mi sono sentito proprio inutile. Spesso nel marasma di questo sistema strutturalmente così ingiusto, non sapendo cosa fare, mi è rimasta la sola soluzione che mi ha insegnato Lele Ramin dal Brasile: un abbraccio!

Eppure la mia pretesa di risolvere sempre tutto ha pian piano imparato a lasciare spazio a Dio. Ai suoi tempi, al suo modo, alle sue sorprese. Ho gridato anch’io al Padre nelle mie notti ciadiane. E Lui ha risposto quando meno me l’aspettavo. E’ intervenuto per liberare dalle fatiche insormontabili. Due processi di riconciliazione con alcuni fratelli che pensavo ormai impossibili. Come ha sperimentato Paolo: “Tutto è possibile in Colui che mi dà la forza” (Fil 4,13)



COLLABORAZIONE E FRATERNITA’: v.23 “Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: “Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!

Strano l’atteggiamento di Gesù. Neppure una parola a colei che soffre. La donna è straniera e pensa a lui come figlio di Davide, nel solco della tradizione di Israele. Un re forte, vittorioso, vendicativo. Ma chiede misericordia per sua figlia allo stremo. Il silenzio di Gesù sembra allora destinato a far fare un passo in avanti alla donna. Per incontrarlo nella sua vera identità.

Ho imparato in questi anni d’Africa che è importante lasciare fare il passo all’altro. Quando un idea, un progetto, un sogno viene direttamente dalla gente va in porto con dei frutti. Quando è pensato solo da noi allora resta una buona idea e poco più. Così vale per la nostra comunità comboniana: la nostra forza è sognare, pensare, realizzare insieme le diverse attività. Come fratelli che si ascoltano e decisono insieme. Così é importante lasciare il tempo all’altro per farsi avanti, anche quando i nostri più vicini collaboratori ci invitano a prendere sempre l’iniziativa. Se una comunità cristiana fa il primo passo allora tutto è più facile. La collaborazione va da sé. La fraternità chiude il cerchio. Sono cominciati così i pozzi a Goz Beida e Koukou, la banca dei cereali del Movimento Rewnodji, il progetto formazione al cucito e la pressa ad olio per le donne musulmane. Le scuole di Oum Hadjer e Adré, Guereda e Goz Beida, l’acqua a Biltine.

MISTICA: v. 25 “ Ma la donna si mette in ginocchio davanti a lui e dice:” Maestro aiutami!”.

La donna cerca col cuore la relazione con Gesù. Senza il contatto diretto e costante con Gesù di Nazaret la missione non tiene. Me lo disse un giorno nei denti un comboniano che è nato in cielo la settimana scorsa, fratel Elia: “Se non preghi, caro mio, tornerai presto a casa dall’Africa!”. Era vero. Nella gioia e nel dolore della missione si resta solo se si è aggrappati a Lui. Per riconoscerlo al lavoro tra i volti e le vicende del nostro popolo. La missione è sua e siamo noi ad aiutarlo e a collaborare con lui. Noi a dare una mano allo Spirito di vita che trasforma il mondo. Gregari e non protagonisti. L’unico insostituibile nella missione è Lui!

SENSO DI APPARTENENZA: v.26 Gesù rispose:”Non è bene prendere il pane dei bambini e darlo ai cani”

La risposta di Gesù sembra ancora più dura. Anzi razzista. Chi può chiamare gli altri “cani”? Gli ebrei , che si consideravano i bambini preferiti da Dio, chiamavano con disprezzo i pagani “cani”. Gesù è profondamente ebreo, radicato nella sua cultura. Qui provoca il cambiamento della donna che prima era in piedi e ora in ginocchio. Prima lo chiamava “Figlio di Davide” come chi non ha capito nulla e ora “ Maestro” come i discepoli che imparano da lui. Gesù sta preparando il passo finale della donna. Gesù appartiene ad una cultura precisa ma va oltre per lasciare spazio al Vangelo che si immerge e fa nuove tutte le cose. Così ho imparato un po' in Ciad a sentirmi più parte della mia famiglia comboniana con le nostre ricchezze e i nostri limiti. Cadute e risalite. Dentro le molteplici culture ciadiane che ci hanno accolto. Per provare a lasciarci trasformare dal Vangelo in fratelli e sorelle. Oltre lingue, colori della pelle, tradizioni, religioni. Nel pellegrinaggio della pace con giovani cristiani e musulmani, che abbiamo terminato a Mongo sabato scorso, ho respirato a tratti il sogno di Dio.

UMILTA’ E AUDACIA: v.27 “ E’ vero maestro, dice lei, nonostante ciò i cani mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro maestri”.

La donna non si arrende e la sua audacia la porta a fare il passo decisivo. Quello dell’umiltà. La povertà vera. Il riconoscersi nulla davanti a Lui che ci vuole accogliere con tutti gli onori. Più ti abbassi e più Lui ti rialza. Più ti gonfi e più la vita stessa ti stende.

Dalle umiliazioni ho imparato un po' l’umiltà. Di chiedere perdono. Di riconoscere errori e mancanze. Di non avere sempre ragione o la migliore idea. Di tacere al momento giusto. Di riconoscermi piccolo e fragile. Bisognoso di Dio e dei fratelli sempre. Ho imparato, un po' soltanto, ad obbedire. A lasciare il Ciad per un nuovo servizio in Italia. Senza averlo chiesto né desiderato.



FIDUCIA: v.28 “Allora Gesù le rispose: Oh! Com’è grande la tua fiducia! Dio ti darà quello che desideri. E sua figlia fu guarita in quello stesso istante”

Ecco che la donna è arrivata dove Gesù voleva portarla. Alla fiducia piena. Non nella sua idea di Dio magico, forte e vittorioso, appartenente ad una cultura precisa. Ma nel Dio di Gesù. Il Padre di tutti che attende sulla strada il nostro ritorno. Il Dio che, per primo, ha fiducia in noi. E che attende la risposta fiduciosa e umile da parte nostra.

Ho imparato un po' a dare fiducia alla nostra gente. A farli sentire importanti. Come loro hanno fatto con me. Anche quando mi hanno tradito. Così è il sogno di Daniele Comboni che non può fermarsi nonostante gli ostacoli e le prove del cammino.

Sempre e comunque in cammino liberando umanità.

Sempre e comunque in cammino liberando l’Africa con l’Africa.

Buon tempo di Avvento,

Vostro sempre

Filo

venerdì 13 luglio 2018

Vidi un cielo nuovo e una terra nuova (Ap 21,1)


Per resistere, con l’ottimismo del Dio della vita, dentro la storia.

Una risposta al pessimismo e al mondo violento di oggi.

Vince chi resta umano, chi assume la nonviolenza e la debolezza a servizio

degli impoveriti e della giustizia sulla terra.



Lettera dalla missione del Ciad

N’Djamena 13 luglio 2018



Carissimi amici e amiche un forte abbraccio dal Ciad!  Scrivo poco ma vi penso sempre. Mi son preso due settimane di riposo a N’Djamena, la capitale, e così riesco a raccontarvi con calma. Tempo di dormite, ascolto della Parola di Dio, di buone letture, di belle camminate e lunghe chiacchierate con i confratelli e amici. Mi ci voleva! Dopo mesi intensissimi di lavoro con le comunità cristiane, viaggi massacranti, tanti progetti e tantissimi volti e storie da ascoltare per cercare insieme la strada di Dio dentro questa nostra umanità.  

Domenica celebro in una comunità alla periferia di N’Djamena in mezzo alla gente...e lunedì riparto per Abéché. Per continuare la nostra missione comboniana con padre Bernard dal Congo, David dagli Stati Uniti e il giovane Giacomo di Modena in esperienza con noi. Tre continenti nel cuore dell’Africa per cercare insieme quella fraternità così cara a Daniele Comboni che voleva un “cenacolo di apostoli” a servizio della missione. E direi che, nonostante tutto, ci va anche troppo bene. Sembra funzionare davvero la nostra convivialità delle differenze! Un dono immenso di Dio per questo tempo…alla faccia di chi ha paura del diverso!

Siamo tutti così immersi in un tempo di…

…Crisi dell’umanità e…di opportunità

(diceva Giovanni Vannucci: “Siamo immersi nell’amore di Dio e Gesù di Nazaret è venuto a ricordarcelo! Non è forse questa una grande opportunità?)

Qui in Ciad tocchiamo con mano il degrado sociale che avanza. Scioperi infiniti nelle scuole e negli ospedali. Ridotti a macerie. Corruzione dilagante, con l’etnia del presidente che ha svenduto le ricchezze del paese! E i poveri ne pagano sempre le conseguenze! Emmanuel, pugnalato per pochi soldi dai banditi nella città di Tine, al confine tra Ciad e Sudan, ha rischiato di morire perché nessuno voleva operarlo. Nella notte la nostra piccola Caritas di Abéché si è data da fare e quel grande cuore di dottor Pascal ha fatto il resto. La gente è allo stremo.

Il governo è assente e non paga insegnanti e medici come si deve. Le proteste sociali sono bloccate sistematicamente. La Costituzione cambiata a colpi di forzature dittatoriali che danno, tutti o quasi, i poteri nelle mani del presidente. Gli oppositori spesso comprati a suon di quattrini (quelli del petrolio rubato al popolo). Altrimenti messi sotto silenzio. Come la società civile. Parla solo la Chiesa cattolica, unica rimasta credibile, o quasi, agli occhi della gente. I Vescovi hanno scritto una lettera coraggiosa chiedendo il referendum popolare per l’approvazione della nuova Costituzione. Dura e stizzita la reazione del governo.

Sento con grande sofferenza che intanto lì in Europa si chiudono sempre di più le porte ai migranti dimenticandoci che siamo tutti migranti e di passaggio sulla terra. Qui noi missionari accolti così fraternamente nelle famiglie e lì che si chiudono porti, porte e cuori. Anche di alcuni, forse troppi, preti e laici che si dicono cristiani. E che tacciono (“sempre l’ignoranza fa paura e il silenzio è uguale a morte” cantava Guccini). Non tutti certo. Molti so che resistete…

Come la nostra gente che resiste e a volte non so come faccia. Ma sempre con determinazione e forza grande.

Fino a quando Signore? “Sentinella a che punto siamo della notte?” (Isaia 21,11-12). Già si vedono le primi luci dell’alba…l’opportunità di uscire dalla notte di questo nostro tempo dal volto sempre più disumano.

E queste luci sono le nostre piccole comunità cristiane che provano con coraggio a resistere con ottimismo e costruire futuro nel deserto attorno ad Abéché. Ad Iriba hanno attaccato la nostra piccola cappellina e distrutto una parte del muro di recinzione che è in costruzione. I nostri hanno denunciato e sono in piedi continuando il lavoro e preparando l’apertura di una picola scuola. Ad Adré alla frontiera col Sudan i nostri cristiani stanno per terminare la costruzione della scuola con l’aiuto degli amici di Parma che ringrazio di cuore. Dapertutto siamo in cantiere: innanzitutto le pietre vive quelle più importanti. La formazione dei nostri cristiani…le ultime due interessantissime in capitale: formazione degli animatori delle CEB (comunità ecclesiali di base) delle nostre parrocchie comboniane di città e dei membri dei nostri comitati giustizia e pace comboniani per costruire speranza dentro questa storia. E resistere con la forza del Vangelo. Con la participazione di giuristi, antropologi e missionari profondamente convinti che la nostra fiducia nel Dio della vita deve far muovere le montagne! Occasione molto bella per lavorare insieme tra confratelli e comunità cristiane diverse. Un inizio qui in Ciad verso la ministerialità della missione: lavorare insieme, riflettere e analizzare le situazioni che viviamo e le risposte che diamo per trasforamre la società. Un lungo lavoro di preparazione, incontri, ascolto e proposte condivise. La forza della sinergia e del lavoro in equipe. Che va più lento ma dà più continuità alla nostra missione comune.

E poi tantissime altre iniziative che costruiscono speranza e cercano di dare sale alla terra e luce al mondo (Mt 5,13): nuove scuole che nascono a Goz Beida e Guereda, i laici missionari comboniani che crescono nello Spirito missionario, la catechesi che è cominciata nella prigione di Abéché, le CEB che si preparano alle settimane di formazione Bibbia-Corano in agosto, i giovani cristiani e musulmani del gruppo “Donnons nous la main” che continuano le attività con passione, le nuove commissioni parrocchiali (Annuncio, Giovani, Gestione, Sociale), l’assistenza alle famiglie più povere, i progetti banca dei cereali, cucito e pressa ad olio che vanno avanti da soli e l’alfabetizzazione che è un po' in ritardo ma che partirà presto. Soprattutto c’è Gregoire, giovane ciadiano della nostra parrocchia che ha deciso di fare il passo e a settembre entra in Seminario per un cammino di offerta totale a Dio e ai fratelli. Bastano come prime luci dell’alba?

Ad Abéché adesso le prime luci cominciano verso le 4 del mattino. Anche lì da voi cominciano presto e so bene che ci sono. Tantissimi non si rassegnano: la reazione bellissima delle magliette rosse in solidarietà con i migranti, religiosi che digiunano davanti al Parlamento, lettere chiare e profetiche come quelle del Vescovo Bettazzi e dei comboniani Alex e Teresino. Tantissimi indignati di come vanno le cose. Grazie a voi di non mollare! Se in mare c’è la carne di Cristo chi ci fermerà dal cercare di portarla a terra? (Ero forestiero e mi avete accolto (Mt 25,35…è il vangelo di Matteo l’evangelista….niente a che fare con quello che sventola l’altro Matteo ministro)

In questo tempo, in cui sentiamo dilagare il disumano attorno a noi, sento con forza straripante in me il desiderio di ascoltare cosa ci dice il Dio della vita. Per capire come Lui vede le cose, per trovare la bussola… E così in questo tempo precario, liquido direbbe Bauman, di crisi, sono tornato con spontaneità e profondità a riprendere in mano quel gioiello del libro dell’Apocalisse. Che scalda il cuore e ridà giusta tempra per riprendere il cammino…

Vidi un cielo nuovo e una nuova terra (Ap 21,1)

Le pagine dell’Apocalisse sono una lettura profetica della storia. Non visioni di chissà quale fine dell’umanità. Ma la visione di Dio. E quello che si scopre fa bene al cuore in questo tempo. Chi vince non sono i violenti e gli oppressori, quelli che ci dicono i libri di storia. Non sono i Trump di oggi o i Bush di ieri. Nemmeno le multinazionali da loro difese. O i Salvini e la loro narrazione falsa per soldi e potere. I vincitori veri della storia sono coloro che sono rimasti umani. Coloro che hanno visto nell’altro sempre un fratello e una sorella e mai una minaccia. E che per loro si sono spesi fino a dare la vita. Mettendo l’altro al primo posto.

La morte non è una sconfitta per chi guarda la storia con gli occhi di Dio. La morte è un passaggio verso la vita del sogno di Dio, il cielo nuovo e la nuova terra, che avanza nonostante le nostre resistenze. Tocca a noi costruirli per non rallentare il flusso della vita che vince. Al centro della storia non c’è un imperatore, né un miliardario, né un calciatore ( i 100 milioni per Ronaldo sono uno schiaffo terribile alla povera gente!). C’è l’Agnello sgozzato, quel Gesù di Nazaret che ha dato la vita per un mondo più umano e più giusto. Questo è il centro di una vita per la quale vale la pena vivere e se serve morire…amava ripetere Martin Luther King.

Così non ci resta che darci da fare sempre e comunque anche con piccoli gesti di umanità e di resistenza. E tantissimi lo fanno nel silenzio. Tra voi che mi scrivete ci sono amici e comunità che mi raccontano della loro accoglienza agli immigrati e agli ultimi. E’ questa la risposta che vince!

Poi certo la politica vera deve lasciarsi rifondare per essere come diceva don Milani la risposta comune ai problemi comuni. Non a quelli personali e di bottega. Deve lasciarsi rifondare dal basso. Non dagli istinti che vanno poco lontano ma dai valori che tracciano il solco del cammino ostinato e profetico: uguaglianza, giustizia, diritti umani. Vale per l’Europa disunita senz’anima di oggi  e anche per l’Unione africana senza forza. Sempre sotto il tiro implacabile dei grandi della terra che vogliono sempre lasciare i popoli divisi per meglio regnare. Vecchie ricette dell’imperialismo di ogni epoca.

Ecco sgorgare allora l’ottimismo dell’opportunità. Occasione unica, in questo tempo di cambiamento epocale, per rifondare con ottimismo:

·         la mia (anche nostra?) vita personale chiamata ad essere più autentica e umana (Paulo Freire direbbe “essere di più”) alla luce della Parola di Dio che libera

·         la nostra vita comunitaria o Politica (con P maiuscola!) chiamata a costruire davvero la fraternità e il bene comune alla luce dei valori di fondo che ci tengono insieme sulla terra

·         la nostra vita planetaria (per “l’uomo planetario” direbbe Balducci!) o missione chiamata ad essere più mistica (ascolare Dio per leggere la vita con i suoi occhi dentro il cuore del popolo), più umile dentro la storia (no a super eroi isolati ma a gente semplice che lavora insieme), più ottimista (vince davvero chi resta umano), più fraterna (non sempre ci siamo voluti bene tra noi missionari!) più radicalmente altra (o santa) come chiede Papa Francesco.

Rallegratevi ed esultate

“Se sei gioioso non devi dire molte parole, stai già annunciando il Vangelo”

Madre Teresa di Calcutta

In questo tempo di deserto personale mi sono letto e meditato a fondo l’ultimo documento di Papa Francesco, “Gaudete et exultate”. Un inno alla gioia e un programma di vita. Quella vera che si lascia provocare dalle beatitudini di Gesù di Nazaret (Mt 5,1-12) per rispondere alla crisi con:

·         resistenza, pazienza e tenerezza: quelle dei nonviolenti e degli umili che “tengono botta” con la spiritualità dei martiri (Ap 7,14). I vinti della terra antica. Ma vincitori nel cielo nuovo e nella terra nuova che sono già qui e oggi, in fermento, a tutte le latitudini. Non ve ne accorgete? Eppure in Ciad è così evidente che Dio cammina oggi senza stancarsi su questa terra insanguinata da così grandi ingiustizie sociali…dissero che con Romero Dio era passato per il Salvador. Qui in Ciad potremmo dire lo stesso con i nostri cristiani Filemon, Nazzer, Dominique, Omal, Halima, Djibrine, Sabura…può bastare? Dio passa per il Ciad sulle loro infaticabili gambe che annunciano la pace: “Come son belli sui monti i passi del messaggero che annuncia la pace” (Isaia 52,7)

·         Gioia e senso dell’umore: quelle di chi va avanti senza rassegnarsi mai e con passione, spinto da spirito positivo e carico di speranza. La speranza fondata sulla resurrezione dell’Agnello sgozzato (Ap 5,6). Qui è la nostra gente ad insegnarci la lotta quotidiana per vivere con gioia senza mai mollare. Ne sa qualcosa il mio amico Charlie, cieco e costretto su un letto senza camminare da ormai cinque anni. Sempre allegro e con voglia di scherzare. Un giorno sono passato a trovarlo e gli ho chiesto: “Charlie ma tu non ti scoraggi mai?”. Lui mi ha risposto: ”Padre, Gesù si è forse scoraggiato un giorno ?”. Allora ho riconosciuto il Suo volto!

·         Audacia e fervore: quelle dei profeti di oggi che mettono a repentaglio la propria vita senza lasciarsi comprare da potere e soldi. Una su tutti: Francoise, cristiana convinta del villaggio di Baro, a 400Km d’Abéché. Nella sua famiglia quasi tutti si sono islamizzati per soldi e un lavoro garantito. Lei è rimasta sola e vive povera e felice. Nonostante le pressioni costanti della famiglia per abbracciare l’islam. Innamorata di Gesù e del Vangelo lei resta. “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?” (Rm 8,35)

·         In comunità: sempre di più la missione richiede fraternità, umiltà, condivisione e collaborazione. Con la sete di imparare dall’altro che vive a fianco. Come rotta controcorrente rispetto all’ondata di individualismo che la società globalizzata del consumo spietato ha riversato sulla barca della nostra fragile vita.

·         In preghiera costante: so che parlo anche a cari amici atei e di altre religioni. Che rispetto nel profondo, o almeno cerco. Ma non posso fare a meno di parlare della relazione diretta con l’autore della vita. Che io chiamo Padre. Di un dialogo costante che si fa vita, missione, servizio, condivisione. Con lacrime, sospiri, sorrisi. A volte anche cadute e fatiche! Per poi lasciarsi rialzare. Ma un contatto con cui non puoi fare a meno. A meno di morire dentro! Altrimenti non ci resti qui in Africa. Come amava dire Annalena Tonelli: “In Africa ci puoi venire anche per solo amore dell’uomo. Ma ci resti per il solo amore di Dio”.

Me lo hanno insegnato grandi missionari, per me e per tanti altri comboniani, vere “parabole esistenziali” come Gigi Gusmeroli e Angelo Dall’Oro. Il primo qui in Ciad il dialogo con Dio fattosi umiltà. Il secondo, ai tempi del Noviziato a Venegono, il dialogo con Dio fattosi essenzialità. Al punto da dire nei suoi ultimi anni di vita: “O parlo con Dio. O parlo di Dio. Il resto non mi interessa.

Grazie Francesco per le tue parole di questo tuo nuovo testo “Rallegratevi ed esultate"che sono acqua fresca nel deserto del nord est del Ciad. Parole che ci spronano a essere radicalmente altri, cioè santi, o meglio capaci di amare come Lui ci ha amati. Insomma amici di Dio.


Grazie a voi di portare nel cuore e nella vita concreta di ogni giorno, con gesti umani, il sogno della terra nuova e dei cielo nuovo di un mondo radicalmente altro. Insieme il sogno è possibile, necessario, urgentissimo.

Coraggio, io ho vinto il mondo” (Gv 16,33) ci sprona ancora oggi l’uomo di Galilea.


Teniamo botta!

Sempre avanti,

Vostro amico e fratello,
Filo


sullastradacon.blogspot.it