Sabato in prigione a N'Djamena una ragazza musulmana viene a pregare con noi..canta e balla. La ringraziamo di cuore.
Lunedì scorso Benedetto XVI con coraggio lascia il servizio dell'unità dando un segnale diverso sul ruolo del papato. E non perde occasione per denunciare la sete di potere, privilegi e soldi nella Chiesa.
La Quaresima comincia con grande speranza.Un vento nuovo soffia per la Chiesa e per l'umanità.
Passando per il dolore e la croce, cioé il prezzo da pagare per l'amore fino in fondo.
E anche per il silenzio che accompagna i passi di questo popolo che prova a riavvicinarsi a Dio.
Buon silenzio e queresima a tutti. Ci sentiamo attorno alla Resurrezione...
"Vale la pena vivere solo per ciò per cui vale anche la pena morire" Martin Luther King
lunedì 18 febbraio 2013
domenica 3 febbraio 2013
Eucarestia tra i cammelli
Mi passavano davanti con passo lento e testa in su a cercare qualche ultima foglia dagli arbusti che ormai sono alla frutta (nel senso che é tutto secco). Sono i cammelli del deserto che in stagione calda scendono a sud per cercare qualche albero.
Li osservo mentre celebro l'Eucarestia con una piccola comunità cristiana sotto un grande baobab che mi affascina un sacco. Il tronco é un intrecciarsi incredibile di liane che sembrano scoppiare. I rami sono secchi, il sole caldo dell'una di pomeriggio picchia forte e devo tenere il berretto. Siamo una trentina, in cerchio, attorno all'altare improvvisato con un piccolo tavolino di legno. La comunità di Gambara, a 100 Km a sud di N'Djamena, non celebrava l'Eucarestia da due anni...abbandonati un pò da tutti tengono botta! Anche i due catechisti che li seguivano se ne sono andati. E' rimasta qualche mamma con i bimbi e tre uomini.
Ma la speranza prova a tornare alta. Li incoraggio a non mollare, a riorganizzarsi. A costruire almeno un piccolo hangar (riparo) perché il sole non ci cuocia le teste. Dico loro che Dio non li ha dimenticati...ma io chi sono per dire una cosa del genere? Parole a vanvera? Provo a puntare tutto su ciò che mi dà speranza: il Vangelo! E oggi parla della profezia. Tema tosto perché tanti ne parlano ma quando si tratta di metterlo in pratica molti si defilano.
Come può una piccola comunità cristiana dimenticata da tutti essere profetica? Forse già il fatto che sia ancora in piedi sta a dimostrare che Dio é con loro...e che la profezia passa attraverso il sottile e scosceso sentiero della resistenza. Questa testimonianza debolissima e fragilissima ma che punta su Dio é già in sè fermento di profezia per la Chiesa che, non molto lontano, prova ancora a battere le autostrade del potere e dei soldi.
Siamo nell'anno della fede. Ma vivendo in questa terra di nessuno mi rendo sempre più conto che ciò che conta é la fiducia che Dio ha in me, in noi, nell'uomo...e nella piccola comunità di Gambara, nonostante tutto. Non si é ancora stancato di noi...
E ho sempre più chiaro, o meno confuso, che si fida molto di più di chi nella debolezza e precarietà punta su di Lui e non sulle certezze umane dei soldi, del potere, degli affari, delle convenienze, delle glorie terrene...
"Meglio fidarsi dell'imprevedibile di Dio che delle certezze umane" , diceva sempre Frere Roger di Taizé. E' vero e la piccola comunità di Gambara é lì a ricordarmelo. Grazie per la testimonianza. E anche per la polenta con il pesce e il the che ci hanno preparato. Grazie a te, Padre e Madre di tutti, perché continui a sblordirmi con la tua presenza laddova non ti pensavo...
E intanto i cammelli, a passo lento, puntano verso nord-est e mi aprono la strada per la prossima missione di Abeché...
martedì 29 gennaio 2013
Perché Abbà?
Sono arrivato domenica mattina in un villaggio
sperduto fuori N'Djamena, a 95 chilometri dalla capitale. Direzione sud...non
perdo ancora il vizio delle comunità sperdute, della strada e del mangiare con
la gente dallo stesso piattone e con le mani. Riso e carne di oca. Spettacolo!
Aspettavano un prete da anni per celebrare l’Eucarestia!
Che festa! Che canti! Sono la comunità de “l’Ancien pont”. Parlano la lingua
Marba e sono uno dei tantissimi gruppi etnici che popolano il Ciad.
Ho raccontato loro il progetto di Gesù di Nazaret,
quello della liberazione senza confini. Degli oppressi di tutto il mondo, dei
prigionieri, dei ciechi. Che finalmente apriranno gli occhi! Certo che se
cominciassimo noi ad aprire gli occhi sul nostro mondo...cominceremmo a
chiederci:
perché c’é la crisi per tutto ma non per la
produzione di armi?
perché nel mondo terribilmente ingiusto qualcuno
non sa come spendere soldi e altri non sanno come trovarli per sfamarsi?
Ma che razza di mondo é?
Perché si parla del Mali solo quando sono
coinvolti alcuni militari europei?
Perché molti non sanno neanche dov’é il Ciad e
neppure gliene frega saperlo?
Ma chi sa che al mondo esitono e ne hanno diritto anche il popolo Marba?
Ma é la Chiesa di Gesù di Nazaret se dimentica gli impoveriti del mondo?
Perché la Chiesa fa battaglie all’ultimo grido contro
l’aborto (indiscutibili!) ma non si occupa con altrettanta forza di preservare
la vita dei tentissimi che sono senza diritti, voce, cibo e riparo?
Perché nel terzo millennio non ci svegliamo fuori
e ci sbattiamo per un mondo radicalmente nuovo?
Perché Dio, Papà e Mamma di tutti, noi uomini
siamo ancora cosi’ lontani dagli impoveriti del mondo e quindi cosi’ lontani da
te?
Perché Abbà il tuo Figlio in croce non attira più
tanto i giovani a seguirlo e spendersi completamente per il suo progetto del
Regno?
Colpa nostra? Colpa tua? Colpa dei tuoi discepoli
senza più coraggio e ardore? Colpa del sistema che addormenta i cuori e i
sogni?
Credo profondamente che la tua Parola e il tuo progetto del Regno
affascinino ancora. E c’é ancora qualche folle in giro che prova a seguirti con
tutto quello che ha.
Grazie Abbà! Per i testimoni che incontro sulle strade d'Africa...
Aprici ancora gli occhi che sanno piangere di
gioia con la comunità Marba che celebra il tuo amore folle per l’umanità nuova.
lunedì 21 gennaio 2013
La bici di Nerbé
Non perde un colpo e non molla la
bicicletta. Da più di quarant’anni percorre le strade di Moissala per
annunciare la Buona Notizia di Gesù al suo popolo: gli Mbay. Ci crede fino in
fondo e non si perde mai una messa, un incontro. Visita regolarmente le comunità
cristiane del suo settore e quando arriva i bambini cominciano a cantare e
saltare di gioia. E’ un papà per tutti. Un papà dal viso buono che non si
arrende mai. Neanche quando si vede morire tra le braccia la figlia Ronel (la
Gioia) ormai distrutta e “mangiata” dai vermi. All’ospedale di Doba siamo
passati a trovarlo con padre Michael, confratello comboniano, e abbiamo pregato
insieme per lei. Poi è tornata al Padre-Madre di tutti. E lui con la bicicletta
si è rifatto gli 80 chilometri per tornare a casa. Quelli stessi che aveva
fatto di corsa per raggiungere l’ospedale con la figlia sul portapacchi.
Incredibile!
E’ nato verso il 1949. Verso perché
qui non c’erano registri delle nascite. Mai chiedere l’età a qualcuno da queste
parti. E’ già metterlo in difficoltà. Il suo villaggio è Brakaba a 80
chilometri da Moissala, il centro della Parrocchia. Nel 1961 viene battezzato
dopo 3 anni di cammino e di scoperta di quel Gesù di Nazaret che gli stava
cambiando la vita. E poi un continuo di impegni, sudore, incontri, ritiri.
Tutto per il Vangelo. E senza prendere una lira. Certo con i suoi limiti e
difetti. Qualcuno dice che è un po’ altezzoso. Ma io credo che dietro ci sia un
po’ di gelosia. Quando lo chiamo per ridere “Vescovo di Tuzinde”, il suo
settore, ride in sottofondo e prova a nascondere l’imbarazzo. Tutti lo
conoscono e lo salutano quando passa in bici!
Da mesi è ammalato. Le ossa gli fanno
terribilmente male e da ste parti niente rimedi. Fa ormai fatica a lavorare il
suo campo e si affida a sua moglie Silawai. La quale presa da troppo lavoro si
rifugia da tempo nell’alcool. Un giorno è venuto da me disperato per chiedermi
di fare qualcosa. Sono partito a casa loro e la notte attorno al fuoco ho
tirato fuori l’argomento. Non l’avessi mai fatto! Lei si è alzata dalla sedia
urlando e negando tutto. Per poi ripensarci qualche settimana dopo e cambiare
davvero vita. Gli Mbay sono così: non apprezzano le osservazioni e i rimproveri.
La reazione a caldo è brusca. Ma poi il tempo lavora le coscienze…
Primo direttore del Centro di
formazione dei catechisti di Silambi è ancora oggi un pilastro della comunità
cristiana di Moissala. Uomo di assoluta fiducia. Gli chiedi un favore e stai al
sicuro. Gira le comunità dormendo la notte sulla stuoia e quando fa caldo sotto
l’albero. Quando parla tutti l’ascoltano perché non si infiamma mai e non ha
mai fregato nessuno. Un cristiano come pochi. Sempre presente, anche nei posti
più lontani e nei villaggi più difficili, come Lapia, oltre la foresta a più di
30 chilometri da casa sua. Ci siamo ritrovati assieme in dicembre alla festa
del raccolto. Gli ho chiesto in confidenza se avesse qualcosa da rimproverarmi
dopo tre anni di lavoro assieme. Ci ha pensato a lungo la notte. Poi al mattino
mi ha detto: “ Con te mi trovo molto bene. Ma attento! Giochi troppo con i
bambini…”. Ci son rimasto! Da ste parti funziona così. E finisce che nessuno, o
quasi, per tradizione e dintorni, gioca
e si diverte con i piccoli.
Quando sono partito da Moissala è venuto
a salutarmi al villaggio di Silambi II e ha ballato anche lui la sera con i
giovani. Perché il suo sangue è ancora giovanissimo. Non importa la data
anagrafica, che tra l’altro qui non siste, ma quell’entusiasmo irresistibile
che viene dall’aver incontrato davvero Gesù di Nazaret e il suo progetto di
liberazione.
Gli regalo una piccola croce come
ricordo. Ma lui l’ha portata e vissuta tutta la vita. E continua a sentirla
sulla pelle. Perché chi si avvicina così tanto a Gesù di Nazaret non può che
viverne a fondo lo stesso destino, progetto e sogno. Anche pagandone il prezzo
più alto.
Grazie Nerbé, amico e fratello nel
cammino!
venerdì 18 gennaio 2013
Missione che sa di Vino
Commento libero al Vangelo di domenica 20 gennaio - Gv 2,2-11
La Buona
Notizia del Vangelo di Giovanni è un lungo viaggio di andata, tra gli uomini, e
ritorno, al Padre, da parte del viandante e volto umano di Dio: Gesù di
Nazaret. Nella prima parte del percorso, il Libro dei segni (cap.1-12), la
comunità di Giovanni presenta alcuni simboli di vita che accompagnano il
cammino dell’Uomo di Galilea assieme ad un gruppo di amici.
Il primo, e
modello di tutti, è quello delle nozze, il patto d’amore
tra Dio e il suo popolo. Alleanza che nel popolo Mbay, in fondo al Ciad,
coinvolge interamente le famiglie di origine, capaci ancora, soprattutto nei
villaggi, di pilotare e decidere le unioni. Ancora i genitori assegnano le
figlie ad un marito che ha già altre spose o ad un giovane che può assicurare
la dote: il corrispettivo in denaro della loro “cessione”. Sempre più spesso
però giovanissime ragazze, senza adolescenza, si ritrovano con il ventre gonfio
dopo una scappatella notturna, fuori da ogni controllo familiare. Famiglie alla
deriva, papà inesistenti e una vita segnata per le ragazzine: lavoro nei campi,
figli sulla schiena, carichi di acqua, mais, arachidi e legna sulla testa,
piccolo commercio al mercato, la mano sul bastone che gira la polenta nel
pentolone.
Alle nozze
manca quindi l’essenziale: vino, simbolo di amore (Ct
8,2). Quello che non c’è più per il popolo di Israele che ha abbandonato Dio e
per i tantissimi ragazzini del Ciad che si trovano a vivere qualcosa più grande
di loro. Spesso niente dialogo (anche tra le coppie che provano a vivere
assieme!), niente beni in comune (l’uomo detiene tutto e la donna deve fare
salti mortali per il cibo e la scuola dei figli), niente pasti insieme (la
donna mangia con i bambini quello che avanza dalla polenta e salsa dell’uomo),
capanne separate, pochissima fedeltà e relazioni sessuali non di rado forzate.
La madre di
Gesù, donna e madre del popolo, coglie il dolore della sua gente, soffre di
questa mancanza e invita i servitori a confidare nel Figlio. Prova a farsi discepola
e a fidarsi che l’amore può venire solo da Lui. Questo è il
grido della terra d’Africa che ha fame e sete di giustizia, pace e
riconciliazione dopo secoli di spogliamento, oppressione e schiavitù. Questo è
il grido, troppo spesso soffocato dentro, della nostra gente in Ciad, dopo trent’
anni di conflitti, dittatura, corruzione, fame, impoverimento! Dal 2003 il
paese è produttore di petrolio che esce dalle vene della terra dei nostri
contadini. Spossessati anche delle terre e dell’identità, vivono, più o meno,
al livello di sopravvivenza di sempre.
Ma perché
manca l’amore? Nella sala delle nozze ci sono le sei giare di
pietra per la purificazione dei giudei. Una quantità spropositata di acqua (che
non c’è! Le giare sono vuote e inutili) per rendere gli uomini puri e
prepararli all’incontro con Dio. Frutto di una religione che mette nella testa
della gente che l’amore di Dio va meritato con gesti, impegni, sacrifici. Idee
che nascondono un idea di dio fasulla. Quella di un dio che chiede, esige,
comanda, punisce. Lontano dal Dio che ha il suo vero volto in Gesù di Nazaret:
amore incondizionato e gratuito. E’ Lui che lava i piedi, serve l’uomo, è pazzo
dell’umanità (soprattutto di quella ferita al cuore!). Questo è il Dio da
annunciare, testimoniare, vivere qui tra gli ultimi del mondo. Dove una
tradizione patriarcale fortissima (roba da Antico Testamento!) ostacola la
conoscenza del Dio di Gesù. Primeggiano il ruolo dell’uomo e del capo,
l’insignificanza dei bambini e delle donne, la stregoneria, il culto dei sacrifici e rituali della
religione tradizionale, il primato della comunità che schiaccia i desideri e
creatività del singolo, la gelosia verso chi ha osato fare un passo in avanti
nello sviluppo, l’emarginazione dei diversi, l’affogarsi nell’alcool. In questa
realtà così sfidante il Vangelo continua a portare con sé più che mai, in
direzione ostinata e contraria, un germe rivoluzionario di liberazione: al
centro gli esclusi, gli insignificanti, i derelitti della storia. “La malnutrizione dei nostri bambini è una
vergogna! Qui a sud abbiamo cibo e acqua. Basta che decidiamo di dare prima da
mangiare ai bambini e poi agli adulti che è già rivoluzione!” gridava qualche
giorno fa il dottor Patrick di Moissala alla riunione del nostro Comitato
Ammalati e Cellula Aids.
La rivoluzione
non arriverà certo dall’alto del governo o delle autorità tradizionale e
civili. Loro non hanno interesse che le cose cambino. Anzi! Meglio lasciare
tutti ignoranti (le scuole in Ciad sono un disastro!), reprimere le
contestazioni (hanno messo in carcere sindacalisti e giornalisti, fermato
N’Djamena Bi-Hebdo, la principale testata dell’opposizione ed espulso dal paese
il vescovo Michele Russo per aver denunciato la mancata distribuzione dei
proventi del petrolio!), permettere che l’alcool calmi la rabbia e la
disperazione della gente, dare un contentino (asfalto, luce, costruzione di
scuole e ospedali, ovviamente senza insegnanti, dottori e infermieri!)
Il vero
cambio, il vino alle nozze, frutto della novità
evangelica, verrà solo dal basso. Da quegli uomini e donne coraggiosi che,
capaci di rompere con alcuni aspetti della tradizione che lega e schiavizza la
gente, sentono dentro la sofferenza e il clamore represso del popolo e si
mettono in cammino per costruire finalmente il Regno di giustizia, pace e
riconciliazione. Gente del calibro di Francois Ngartamadji, responsabile del
Centro dei Catechisti di Rakina, ucciso in Ciad nel 1985 dalle truppe del
dittatore Hissene Habré, Emmanuel Nerbé e Charlot Koulnan, responsabili dei
settori Tuzinde e Jean Baptiste della comunità cristiana di Moissala. Discepoli
che hanno gustato il sapore del vino buono e vivono sulla pelle l’amore di Dio
che libera. E proprio per questo sono capaci di scendere e rischiare tutto con
Gesù di Nazaret per le strade del mondo.
mercoledì 16 gennaio 2013
Nel cielo di N'Djamena
Sfrecciano la
sera sul cielo di N’Djamena (la capitale del Ciad) i Mirage francesi diretti in Mali. Per bombardarne
il nord nella mani da mesi dei ribelli Tuareg e dein gruppi islamici. Sento
sulla testa i rumori di questi inquietanti marchingegni che seminano terrore e
morte nel Sahel. Dicono che vanno a combattere i terroristi. Ma i terroristi
sono sempre e soltanto gli altri ? O siamo anche noi con le multinazionali
che rubano tutto il possibile, i rifiuti tossici esportati, le armi prodotte e
vendute in Africa, il riscaldamento climatico provocato in gran parte dai nord
del mondo ? E poi sti aerei partono dalla base militare che ancora i
francesi hanno in Ciad dopo 50 anni di indipendenza. Ma quale?
La Francia é
in testa alla operazioni militari ma anche il Ciad e altri paesi africani hanno
inviato soldati per avanzare via terra. Anche l’Italia (che ripudia la guerra ??
art.11 della Costituzione) si vuole unire al gruppo. Apporto logistico? Sempre guerra é. Ennesima pazzia umana. Già
lo é la guerra di per sé, in più farla nel deserto.
Intanto più di
150.000 maliani cercano rifugio in altri paesi vicini. In fuga dalla guerra e
dalla loro terra. Mentre il vento freddo dell’Harmattan soffia forte nel
deserto. In Algeria hanno rapito 41 occidentali come rappresaglia e 2 sono già
morti. Non si preannunciano tempi tranquilli per gli stranieri nel Sahel.
La sera prima
di dormire guardo in sù, il cielo di N’Djamena. Mi chiedo quando noi
uomini e donne di questa umanità impareremo a condividere la terra come
fratelli e sorelle. Termino la giornata pensando ad Hassane, un giovane di 19
anni che viene ogni tanto a trovarmi e a conversare in arabo per darmi una
mano. Gratis. Fino a quando il muezzin intona la preghiera della sera. Allora mi
saluta e dice che deve rientrare a pregare con la famiglia. Lo guardo con
ammirazion e un amicizia agli albori.
Forse il
dialogo, l’incontro, l’amicizia, la fratellanza sono ancora possibili con i fratelli e sorelle musulmani.
Un nuovo mondo
allora é ancora possibile…partendo dal basso. Da Hassane. E dal Dio della vita
a cui chiedo ancora e sempre ostinatamente la pace fondata sulla giustizia.
Prima di chiudere occhio.
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