sabato 5 ottobre 2013

Accompagnare la speranza





Dentro il campo dei rifugiati di Kounoungou ad est del Ciad

di Filippo Ivardi Ganapini da Guereda

Alle cinque del mattino, mentre il sole già si alza al ritmo del canto del muezzin che invita alla preghiera, un asino con due bisacce piene d’acqua sulla schiena entra nel centro di JRS (il servizio dei Gesuiti con i rifugiati) che ospita la nostra missione itinerante e la piccola e attivissima comunità cristiana. Da queste parti, nella regione del Ouaddai, ad est del Ciad vicino alla frontiera con il Sudan, l’acqua è poca e costa. Si scava nei solchi degli wadi, i piccoli ruscelli che in stagione delle piogge danno respiro alla natura, per trovare vita in pieno Sahel. 

Guereda è un piccolo villaggio a 1000 metri di altezza nella regione di Dar Tama, la terra dei tama, un popolo di allevatori e commercianti quasi interamente musulmano. Gli abitanti sono nomadi ormai sedentarizzati che provano a coltivare il miglio su una terra ostile, arida e poverissima di acqua. Alcuni vanno e vengono dal vicinissimo Sudan a causa del commercio per poi rifugiarsi nelle piccole case costruite in mattoni di terra cotta al sole. Che brucia e certo non manca da queste parti, anche se la notte la fresca brezza dell’Harmattan, che proviene dal deserto, rinfranca gli animi.

Nel 2004, in seguito alla guerra scoppiata un anno prima nel vicino Darfur tra i ribelli della regione e il potere centrale, una folla incredibile di gente ha chiesto qui rifugio dopo aver perso tutto: case bruciate, bestiame rubato, terre invase, pozzi avvelenati, donne violentate e tanti morti da parte delle milizie Janjawid, i “diavoli a cavallo” al soldo del governo di Khartoum. Considerati ribelli al regime e in combutta con il Sud gli abitanti del Darfur sono sempre stati scomodi per il presidente sudanese Al Bashir che non vuole perdere l’oro e il petrolio scoperti nella regione e il prestigio del pieno controllo sul territorio. Scoppiato il conflitto, la comunità internazionale è intervenuta tempestivamente, allestendo diversi campi di accoglienza dei profughi, perché allora i riflettori dell’attenzione mondiale hanno dato grande rilievo a questo angolo di mondo. Oggi tutto questo è svanito e la “guerra a bassa soglia” sembra interessare pochi addetti ai lavori. 

Attorno a Guereda,  la risposta all’emergenza del 2004 non si è fatta attendere e due immensi campi, entrambi di circa 20.000 persone sono diventati casa per vari gruppi etnici tra cui i Fur, i Tama, gli Zaghawa ei Massalit a Kounoungou, e la stragrande maggioranza di Zagawa, il gruppo del presidente ciadiano Idriss Deby, a Mileh. Problemi di convivenza pacifica tra etnie diverse ha causato la divisione dei gruppi nei campi. Lingue, tradizioni e usanze così diverse nonché antiche rivalità interetniche e tensioni  a causa di furti di bestiame non facilitano certo la prossimità e la solidarietà nella sofferenza. Soprattutto quando un gruppo prevale troppo sugli altri a livello numerico.

A Kounoungou camminiamo, con gli amici e il personale di JRS, tra le case che la gente si è costruita man mano che dall’emergenza si è passati ad una situazione di maggiore stabilità. Senza possibilità di ritorno definitivo. Anzi dall’inizio dell’anno sono arrivati in Ciad, soprattutto nella zona di Tissi, al confine con Sudan e Centrafrica più di 30.000 persone costrette a scappare da conflitti intercomunitari per il controllo di territori ricchi di minerali. 

Le case nel campo rispecchiano la vita nel vicino Sudan. Sembra che ormai la gente si sia installata e che provi a ricostruirsi una vita, per quanto possibile normale, lontano dalla martoriata terra di origine. Si tratta di recinzioni in terra cotta al sole e casette piccole rotonde con tetti ricavati dalla plastica dei teloni che l’UNHCR (L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) ha donato al loro arrivo. Il primo riparo continua ancora a fare la sua parte e a dettare l’importanza della memoria. Come i viveri, immagazzinati e controllati giorno e notte sotto enormi tendoni, che vengono distribuiti una volta al mese da Secadev, ong che si occupa di sicurezza alimentare, acqua e sviluppo. Anche se poi è facile trovare i sacchi di sorgo proveniente dagli Stati Uniti sui mercati locali. La gente, abituata al proprio cibo, preferisce vendere e ricomprarsi dove possibile i propri prodotti. Comunque la distribuzione del cibo resta la tappa annunciata e che nessuno osa perdersi. Anche coloro che ritornano qualche tempo in Darfur per commercio e visita a quello che rimane delle famiglie e delle case si presentano puntuali all’appuntamento. Per poi ripartire. In effetti in giro per il campo durante il giorno non incontriamo tanta gente: soltanto i primi studenti che hanno ripreso le lezioni nelle scuole gestite da JRS, bambini che giocano e si avvicinano curiosi dicendo “ca va?”, insegnanti e sorveglianti, alcune donne che preparano i mattoni per le costruzioni e altre che tornano dai campi sul dorso degli asini carichi dei prodotti della terra. Piccoli negozietti e un ristorante con specialità sudanesi accolgono chi si ristora nel cammino. Gli asili non hanno ancora riaperto le porte del nuovo anno scolastico e la bellissima sala di incontro per i giovani è vuota. I programmi di formazione e animazione lasciano piuttosto a desiderare e sembrano non attirare più di tanto. Molti, durante il giorno, sono nei campi attorno perché il raccolto del miglio si avvicina e gli altri sono in viaggio. Chi per il commercio, chi per visite, chi per salute o lavoro, molti si assentano: i rifugiati non perdono certo il loro carattere endemico di semi nomadi. 

Cibo gratis, scuole anche o quasi, medicinali e aiuti di ogni tipo dalle varie ong internazionali e locali non li aiutano certo a prendere in mano il loro destino dopo quasi 10 anni dall’esodo forzato. Le mani si piegano instancabili e volentieri alla filosofia del chiedere sempre e comunque aiuto. Ma come potrà andare avanti tale situazione? Fino a quando l’aiuto e l’assistenza dall’esterno? Che tipo di incidenza effettiva hanno sulla popolazione e sulla convivenza gli interventi e i progetti faraonici degli umanitari? Servono solo progetti, soldi e reports o anche una presenza amica, vicina, che sa ascoltare e condividere senza troppe pretese? Emergenza sempre oppure sviluppo? E la condivisione del tempo assieme seduti a parlare sotto l’albero di idee, di culture e abitudini diverse, servono a niente? 

La vera sfida è il futuro del campo. L’UNHCR sta lavorando per passare il testimone alle ong locali e alla gestione auto partecipativa dei diversi gruppi etnici. Ma si tratta di un lungo e rischioso processo perché grossi interessi economici e di predominio sociale si scontrano. Assistiti per così lungo tempo sapranno gruppi etnici così diversi coabitare insieme e organizzare con la nuova filosofia del tirarsi su le maniche una possibilità di intesa e collaborazione sociale? Quale strada intraprendere per chi ha perduto le proprie radici e si trova a reinventare un’esistenza imprevista in terra straniera? La nostra presenza missionaria può accompagnare e in che modo questo cammino di uscita dalla dipendenza e di immersione nella fatica della dignità?

I problemi, le sfide e le domande sono sul tavolo delle discussioni, dei budgets e delle verifiche dei partner in questione. Ma anche e sempre nei cuori dei sudanesi che chiedono spazio per vivere su quello scacchiere mondiale in cui sono ormai passati di moda.

Nessun commento:

Posta un commento