mercoledì 5 dicembre 2018

Sur les pas de la Paix


Pèlerinage islamo-chrétien sur les routes du Tchad

28 novembre – 1 décembre
Deux équipes des pèlerins chrétiens et musulmans, deux voitures et un seul objectif : « sur les pas de la paix, au-delà du passé, ensemble pour la cohabitation pacifique ». C’était ça le thème du pèlerinage de la paix organisé par la Tente d’Abraham de N’Djamena et le Foyer des Jeunes d’Abéché.
Si les pèlerinages jouent un grand rôle dans la tradition du christianisme et de l’Islam comme itinéraires de conversion, notre expérience était un peu originale. Compte tenu des kilomètres et du temps nous avons décidé de briser nos distances grâce à des véhicules et pas en se confiant à nos jambes. Mais la route et la destination était unique pour les jeunes chrétiens et musulmans présents.
A la suite de la journée de prière pour la cohabitation pacifique et la concorde nationale bien célébrées à la Tente d’Abraham à N’Djamena et au Foyer des Jeunes à Abéché le mercredi 28 Novembre, les deux équipes se sont mises en route. Quatre jeunes à N’Djamena et huit à Abéché. Destinations Bitkine et Biltine. Main dans la main, tout en se confiant au seul Dieu les jeunes ont été accueillis sur place avec joie par les comités locaux d’organisation, composés aussi de jeunes chrétiens et musulmans. Pendant la soirée du jeudi 29, dans une ambiance de fête et de rencontre fraternelle les jeunes de Bitkine et de Biltine ont rempli respectivement le Centre Culturel et la Maison de la Culture.
 Même scenario le vendredi soir au Centre Culturel de Dadouar pour l’équipe venant de N’Djamena et à la Salle de la Mairie d’Oum Hadjer pour celle venant d’Abéché. Pour clôturer tous ensemble à Mongo le samedi 1 décembre à l’Institut Technique.
Les autorités locales ont bien salué ces initiatives et ils ont tenu des discours vraiment encourageants à l’égard des jeunes de toute ethnie et religion. A Biltine le Secrétaire du Maire nous a demandé de revenir bientôt ! C’était une première fois dans toutes ces localités et la nouveauté a réveillé dans les esprits des jeunes la soif d’un monde de paix véritable fondée sur la justice.
Des sketchs, poèmes, théâtres et musiques ont accompagnés ces soirées où la paix au Tchad et dans le monde était au centre de toute attention. Les témoignages des pèlerins ont touchés au cœur les jeunes participants : histoires des chrétiens et musulmans qui se pardonnent et se réconcilient, des jeunes et des familles entières qui bâtissent des liens très fort d’amitié tout en gardant leurs manières différentes de prier,  des regards qui changent quand on apprend à voir l’autre comme un frère et pas comme un ennemi ou adversaire. Des langages qui changent quand on commence à bannir les mots pleins de mépris « sarai sakit » et « doum ».
Les jeunes nous enseignent qu’ils veulent vraiment aller, comme le dit le thème du pèlerinage, au-delà du passé qui appartient à leurs ancêtres. Ils veulent vivre une époque différente : de paix, de compréhension, de dialogue et de rencontre entre différents. Peu importe si l’autre vient du sud ou du nord, chrétien ou musulman. Ce qui importe c’est de créer ensemble des occasions pour étudier, travailler et développer le pays qui appartient à tous. « Nous sommes tous tchadiens » répétaient comme une chorale les participants.
Mais le moment plus fort a été celui de la prière ensemble : à tour de rôle les versets du Coran et de la Bible ont résonnés dans les étapes de notre pèlerinage. Sans polémiques nous avons demandé au même Allah de changer nos cœurs en vue d’un comportement diffèrent vers l’autre. Qui a toujours le droit d’être autre. Les mains levés au ciel pour prier la Fatiha et le Notre Père nous ont plongé dans le rêve de Dieu : là où il y a seulement des frères et sœurs qui vivent ensemble au-delà des ethnies, cultures, couleurs de la peau et religions. « La cohabitation pacifique est possible » ont crié souvent les pèlerins. Et pas seulement ça: elle est de plus en plus nécessaire et urgente !

Liberando Umanità



Sui passi del Dio che irrompe


Mt 15,21-28

Lettera agli amici

Abéché, 2 dicembre 2018, inizio dell’Avvento



Il Dio di Gesù di Nazareth sceglie per passione la strada dell’immersione radicale tra gli uomini. Mette la sua tenda. Non si lava le mani. Se le sporca. E dal basso della terra libera tra gli uomini quella potenzialità innata, straripante e autogenerativa di uscire da sé per dare vita e speranza agli altri. Così la vita circola, aumenta, rinasce. Genera Natale. Libera umanità. Provoca la felicità vera delle Beatitudini: più dai e più ricevi, più ti impegni per un mondo radicalmente più giusto e più ne cogli i frutti. “C’è più gioia nel dare che nel ricevere” diceva Paolo agli anziani di Efeso (At 20,35).

Così carissimi amici e amiche vorrei condividere con tutti voi qualche passo che Dio mi ha fatto percorrere e mi ha insegnato sulle strade polverose del Ciad in questi intensissimi nove anni. Rileggendo l’incontro di Gesù di Nazareth con la donna cananea riscopro alcune PAROLE che diventano pietre miliari nel cammino della mia vita. Per farne tesoro in vista della prossima missione in terra d’Italia…dall’anno prossimo!

PROSSIMITA’: v.21 “Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e Sidone”:

Gesù di Nazareth cammina e visita. Sempre vicino alla gente. Mi ha insegnato a entrare nelle case, villaggi, scuole, ospedali e prigioni, a passare il tempo in mezzo al popolo, mangiando quello che si trova e prendendo il the assieme. Sulla stuoia o sulla sedia. Raccontandoci la vita, sogni, attese, paure e angoscie. Quelle dei discepoli di ieri e di oggi. Dando conforto ai malati, agli afflitti. Ricevendone in cambio il doppio. Osservando volti, sentendo il battito del cuore del popolo. Rianimando speranza tra le vene aperte degli ultimi della terra. Lasciandomi scaldare la vita dal calore umano che riserva un abbraccio vero. Nelle comunità cristiane, visitando imam e pastori protestanti, incontrando sulla strada. Anche la notte profonda quando Claude mi chiama per portare sua moglie grave in ospedale. Visitando per dare importanza all’altro come mi insegna Olivier: “Papà Filippo, quando vieni a trovarci per noi è un onore”. Visite improvvisate ai vicini, la sera quando il sole aggressivo di questa terra ci lascia respirare. Per terminare sempre con le mani rivolte al cielo, affidando al Dio della vita i nostri passi sulla terra.

IMPOTENZA: v.22 “Ed ecco una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: “Pietà di me Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio

La donna che grida è disperata. Non sa più cosa fare. Sente l’impotenza dentro e fuori di sé. Ho imparato sulla pelle cosa vuol dire non trovare soluzione. Anche dopo notti insonni, riunioni a non finire sotto il grande albero. A volte mi sono sentito proprio inutile. Spesso nel marasma di questo sistema strutturalmente così ingiusto, non sapendo cosa fare, mi è rimasta la sola soluzione che mi ha insegnato Lele Ramin dal Brasile: un abbraccio!

Eppure la mia pretesa di risolvere sempre tutto ha pian piano imparato a lasciare spazio a Dio. Ai suoi tempi, al suo modo, alle sue sorprese. Ho gridato anch’io al Padre nelle mie notti ciadiane. E Lui ha risposto quando meno me l’aspettavo. E’ intervenuto per liberare dalle fatiche insormontabili. Due processi di riconciliazione con alcuni fratelli che pensavo ormai impossibili. Come ha sperimentato Paolo: “Tutto è possibile in Colui che mi dà la forza” (Fil 4,13)



COLLABORAZIONE E FRATERNITA’: v.23 “Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: “Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!

Strano l’atteggiamento di Gesù. Neppure una parola a colei che soffre. La donna è straniera e pensa a lui come figlio di Davide, nel solco della tradizione di Israele. Un re forte, vittorioso, vendicativo. Ma chiede misericordia per sua figlia allo stremo. Il silenzio di Gesù sembra allora destinato a far fare un passo in avanti alla donna. Per incontrarlo nella sua vera identità.

Ho imparato in questi anni d’Africa che è importante lasciare fare il passo all’altro. Quando un idea, un progetto, un sogno viene direttamente dalla gente va in porto con dei frutti. Quando è pensato solo da noi allora resta una buona idea e poco più. Così vale per la nostra comunità comboniana: la nostra forza è sognare, pensare, realizzare insieme le diverse attività. Come fratelli che si ascoltano e decisono insieme. Così é importante lasciare il tempo all’altro per farsi avanti, anche quando i nostri più vicini collaboratori ci invitano a prendere sempre l’iniziativa. Se una comunità cristiana fa il primo passo allora tutto è più facile. La collaborazione va da sé. La fraternità chiude il cerchio. Sono cominciati così i pozzi a Goz Beida e Koukou, la banca dei cereali del Movimento Rewnodji, il progetto formazione al cucito e la pressa ad olio per le donne musulmane. Le scuole di Oum Hadjer e Adré, Guereda e Goz Beida, l’acqua a Biltine.

MISTICA: v. 25 “ Ma la donna si mette in ginocchio davanti a lui e dice:” Maestro aiutami!”.

La donna cerca col cuore la relazione con Gesù. Senza il contatto diretto e costante con Gesù di Nazaret la missione non tiene. Me lo disse un giorno nei denti un comboniano che è nato in cielo la settimana scorsa, fratel Elia: “Se non preghi, caro mio, tornerai presto a casa dall’Africa!”. Era vero. Nella gioia e nel dolore della missione si resta solo se si è aggrappati a Lui. Per riconoscerlo al lavoro tra i volti e le vicende del nostro popolo. La missione è sua e siamo noi ad aiutarlo e a collaborare con lui. Noi a dare una mano allo Spirito di vita che trasforma il mondo. Gregari e non protagonisti. L’unico insostituibile nella missione è Lui!

SENSO DI APPARTENENZA: v.26 Gesù rispose:”Non è bene prendere il pane dei bambini e darlo ai cani”

La risposta di Gesù sembra ancora più dura. Anzi razzista. Chi può chiamare gli altri “cani”? Gli ebrei , che si consideravano i bambini preferiti da Dio, chiamavano con disprezzo i pagani “cani”. Gesù è profondamente ebreo, radicato nella sua cultura. Qui provoca il cambiamento della donna che prima era in piedi e ora in ginocchio. Prima lo chiamava “Figlio di Davide” come chi non ha capito nulla e ora “ Maestro” come i discepoli che imparano da lui. Gesù sta preparando il passo finale della donna. Gesù appartiene ad una cultura precisa ma va oltre per lasciare spazio al Vangelo che si immerge e fa nuove tutte le cose. Così ho imparato un po' in Ciad a sentirmi più parte della mia famiglia comboniana con le nostre ricchezze e i nostri limiti. Cadute e risalite. Dentro le molteplici culture ciadiane che ci hanno accolto. Per provare a lasciarci trasformare dal Vangelo in fratelli e sorelle. Oltre lingue, colori della pelle, tradizioni, religioni. Nel pellegrinaggio della pace con giovani cristiani e musulmani, che abbiamo terminato a Mongo sabato scorso, ho respirato a tratti il sogno di Dio.

UMILTA’ E AUDACIA: v.27 “ E’ vero maestro, dice lei, nonostante ciò i cani mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro maestri”.

La donna non si arrende e la sua audacia la porta a fare il passo decisivo. Quello dell’umiltà. La povertà vera. Il riconoscersi nulla davanti a Lui che ci vuole accogliere con tutti gli onori. Più ti abbassi e più Lui ti rialza. Più ti gonfi e più la vita stessa ti stende.

Dalle umiliazioni ho imparato un po' l’umiltà. Di chiedere perdono. Di riconoscere errori e mancanze. Di non avere sempre ragione o la migliore idea. Di tacere al momento giusto. Di riconoscermi piccolo e fragile. Bisognoso di Dio e dei fratelli sempre. Ho imparato, un po' soltanto, ad obbedire. A lasciare il Ciad per un nuovo servizio in Italia. Senza averlo chiesto né desiderato.



FIDUCIA: v.28 “Allora Gesù le rispose: Oh! Com’è grande la tua fiducia! Dio ti darà quello che desideri. E sua figlia fu guarita in quello stesso istante”

Ecco che la donna è arrivata dove Gesù voleva portarla. Alla fiducia piena. Non nella sua idea di Dio magico, forte e vittorioso, appartenente ad una cultura precisa. Ma nel Dio di Gesù. Il Padre di tutti che attende sulla strada il nostro ritorno. Il Dio che, per primo, ha fiducia in noi. E che attende la risposta fiduciosa e umile da parte nostra.

Ho imparato un po' a dare fiducia alla nostra gente. A farli sentire importanti. Come loro hanno fatto con me. Anche quando mi hanno tradito. Così è il sogno di Daniele Comboni che non può fermarsi nonostante gli ostacoli e le prove del cammino.

Sempre e comunque in cammino liberando umanità.

Sempre e comunque in cammino liberando l’Africa con l’Africa.

Buon tempo di Avvento,

Vostro sempre

Filo

venerdì 13 luglio 2018

Vidi un cielo nuovo e una terra nuova (Ap 21,1)


Per resistere, con l’ottimismo del Dio della vita, dentro la storia.

Una risposta al pessimismo e al mondo violento di oggi.

Vince chi resta umano, chi assume la nonviolenza e la debolezza a servizio

degli impoveriti e della giustizia sulla terra.



Lettera dalla missione del Ciad

N’Djamena 13 luglio 2018



Carissimi amici e amiche un forte abbraccio dal Ciad!  Scrivo poco ma vi penso sempre. Mi son preso due settimane di riposo a N’Djamena, la capitale, e così riesco a raccontarvi con calma. Tempo di dormite, ascolto della Parola di Dio, di buone letture, di belle camminate e lunghe chiacchierate con i confratelli e amici. Mi ci voleva! Dopo mesi intensissimi di lavoro con le comunità cristiane, viaggi massacranti, tanti progetti e tantissimi volti e storie da ascoltare per cercare insieme la strada di Dio dentro questa nostra umanità.  

Domenica celebro in una comunità alla periferia di N’Djamena in mezzo alla gente...e lunedì riparto per Abéché. Per continuare la nostra missione comboniana con padre Bernard dal Congo, David dagli Stati Uniti e il giovane Giacomo di Modena in esperienza con noi. Tre continenti nel cuore dell’Africa per cercare insieme quella fraternità così cara a Daniele Comboni che voleva un “cenacolo di apostoli” a servizio della missione. E direi che, nonostante tutto, ci va anche troppo bene. Sembra funzionare davvero la nostra convivialità delle differenze! Un dono immenso di Dio per questo tempo…alla faccia di chi ha paura del diverso!

Siamo tutti così immersi in un tempo di…

…Crisi dell’umanità e…di opportunità

(diceva Giovanni Vannucci: “Siamo immersi nell’amore di Dio e Gesù di Nazaret è venuto a ricordarcelo! Non è forse questa una grande opportunità?)

Qui in Ciad tocchiamo con mano il degrado sociale che avanza. Scioperi infiniti nelle scuole e negli ospedali. Ridotti a macerie. Corruzione dilagante, con l’etnia del presidente che ha svenduto le ricchezze del paese! E i poveri ne pagano sempre le conseguenze! Emmanuel, pugnalato per pochi soldi dai banditi nella città di Tine, al confine tra Ciad e Sudan, ha rischiato di morire perché nessuno voleva operarlo. Nella notte la nostra piccola Caritas di Abéché si è data da fare e quel grande cuore di dottor Pascal ha fatto il resto. La gente è allo stremo.

Il governo è assente e non paga insegnanti e medici come si deve. Le proteste sociali sono bloccate sistematicamente. La Costituzione cambiata a colpi di forzature dittatoriali che danno, tutti o quasi, i poteri nelle mani del presidente. Gli oppositori spesso comprati a suon di quattrini (quelli del petrolio rubato al popolo). Altrimenti messi sotto silenzio. Come la società civile. Parla solo la Chiesa cattolica, unica rimasta credibile, o quasi, agli occhi della gente. I Vescovi hanno scritto una lettera coraggiosa chiedendo il referendum popolare per l’approvazione della nuova Costituzione. Dura e stizzita la reazione del governo.

Sento con grande sofferenza che intanto lì in Europa si chiudono sempre di più le porte ai migranti dimenticandoci che siamo tutti migranti e di passaggio sulla terra. Qui noi missionari accolti così fraternamente nelle famiglie e lì che si chiudono porti, porte e cuori. Anche di alcuni, forse troppi, preti e laici che si dicono cristiani. E che tacciono (“sempre l’ignoranza fa paura e il silenzio è uguale a morte” cantava Guccini). Non tutti certo. Molti so che resistete…

Come la nostra gente che resiste e a volte non so come faccia. Ma sempre con determinazione e forza grande.

Fino a quando Signore? “Sentinella a che punto siamo della notte?” (Isaia 21,11-12). Già si vedono le primi luci dell’alba…l’opportunità di uscire dalla notte di questo nostro tempo dal volto sempre più disumano.

E queste luci sono le nostre piccole comunità cristiane che provano con coraggio a resistere con ottimismo e costruire futuro nel deserto attorno ad Abéché. Ad Iriba hanno attaccato la nostra piccola cappellina e distrutto una parte del muro di recinzione che è in costruzione. I nostri hanno denunciato e sono in piedi continuando il lavoro e preparando l’apertura di una picola scuola. Ad Adré alla frontiera col Sudan i nostri cristiani stanno per terminare la costruzione della scuola con l’aiuto degli amici di Parma che ringrazio di cuore. Dapertutto siamo in cantiere: innanzitutto le pietre vive quelle più importanti. La formazione dei nostri cristiani…le ultime due interessantissime in capitale: formazione degli animatori delle CEB (comunità ecclesiali di base) delle nostre parrocchie comboniane di città e dei membri dei nostri comitati giustizia e pace comboniani per costruire speranza dentro questa storia. E resistere con la forza del Vangelo. Con la participazione di giuristi, antropologi e missionari profondamente convinti che la nostra fiducia nel Dio della vita deve far muovere le montagne! Occasione molto bella per lavorare insieme tra confratelli e comunità cristiane diverse. Un inizio qui in Ciad verso la ministerialità della missione: lavorare insieme, riflettere e analizzare le situazioni che viviamo e le risposte che diamo per trasforamre la società. Un lungo lavoro di preparazione, incontri, ascolto e proposte condivise. La forza della sinergia e del lavoro in equipe. Che va più lento ma dà più continuità alla nostra missione comune.

E poi tantissime altre iniziative che costruiscono speranza e cercano di dare sale alla terra e luce al mondo (Mt 5,13): nuove scuole che nascono a Goz Beida e Guereda, i laici missionari comboniani che crescono nello Spirito missionario, la catechesi che è cominciata nella prigione di Abéché, le CEB che si preparano alle settimane di formazione Bibbia-Corano in agosto, i giovani cristiani e musulmani del gruppo “Donnons nous la main” che continuano le attività con passione, le nuove commissioni parrocchiali (Annuncio, Giovani, Gestione, Sociale), l’assistenza alle famiglie più povere, i progetti banca dei cereali, cucito e pressa ad olio che vanno avanti da soli e l’alfabetizzazione che è un po' in ritardo ma che partirà presto. Soprattutto c’è Gregoire, giovane ciadiano della nostra parrocchia che ha deciso di fare il passo e a settembre entra in Seminario per un cammino di offerta totale a Dio e ai fratelli. Bastano come prime luci dell’alba?

Ad Abéché adesso le prime luci cominciano verso le 4 del mattino. Anche lì da voi cominciano presto e so bene che ci sono. Tantissimi non si rassegnano: la reazione bellissima delle magliette rosse in solidarietà con i migranti, religiosi che digiunano davanti al Parlamento, lettere chiare e profetiche come quelle del Vescovo Bettazzi e dei comboniani Alex e Teresino. Tantissimi indignati di come vanno le cose. Grazie a voi di non mollare! Se in mare c’è la carne di Cristo chi ci fermerà dal cercare di portarla a terra? (Ero forestiero e mi avete accolto (Mt 25,35…è il vangelo di Matteo l’evangelista….niente a che fare con quello che sventola l’altro Matteo ministro)

In questo tempo, in cui sentiamo dilagare il disumano attorno a noi, sento con forza straripante in me il desiderio di ascoltare cosa ci dice il Dio della vita. Per capire come Lui vede le cose, per trovare la bussola… E così in questo tempo precario, liquido direbbe Bauman, di crisi, sono tornato con spontaneità e profondità a riprendere in mano quel gioiello del libro dell’Apocalisse. Che scalda il cuore e ridà giusta tempra per riprendere il cammino…

Vidi un cielo nuovo e una nuova terra (Ap 21,1)

Le pagine dell’Apocalisse sono una lettura profetica della storia. Non visioni di chissà quale fine dell’umanità. Ma la visione di Dio. E quello che si scopre fa bene al cuore in questo tempo. Chi vince non sono i violenti e gli oppressori, quelli che ci dicono i libri di storia. Non sono i Trump di oggi o i Bush di ieri. Nemmeno le multinazionali da loro difese. O i Salvini e la loro narrazione falsa per soldi e potere. I vincitori veri della storia sono coloro che sono rimasti umani. Coloro che hanno visto nell’altro sempre un fratello e una sorella e mai una minaccia. E che per loro si sono spesi fino a dare la vita. Mettendo l’altro al primo posto.

La morte non è una sconfitta per chi guarda la storia con gli occhi di Dio. La morte è un passaggio verso la vita del sogno di Dio, il cielo nuovo e la nuova terra, che avanza nonostante le nostre resistenze. Tocca a noi costruirli per non rallentare il flusso della vita che vince. Al centro della storia non c’è un imperatore, né un miliardario, né un calciatore ( i 100 milioni per Ronaldo sono uno schiaffo terribile alla povera gente!). C’è l’Agnello sgozzato, quel Gesù di Nazaret che ha dato la vita per un mondo più umano e più giusto. Questo è il centro di una vita per la quale vale la pena vivere e se serve morire…amava ripetere Martin Luther King.

Così non ci resta che darci da fare sempre e comunque anche con piccoli gesti di umanità e di resistenza. E tantissimi lo fanno nel silenzio. Tra voi che mi scrivete ci sono amici e comunità che mi raccontano della loro accoglienza agli immigrati e agli ultimi. E’ questa la risposta che vince!

Poi certo la politica vera deve lasciarsi rifondare per essere come diceva don Milani la risposta comune ai problemi comuni. Non a quelli personali e di bottega. Deve lasciarsi rifondare dal basso. Non dagli istinti che vanno poco lontano ma dai valori che tracciano il solco del cammino ostinato e profetico: uguaglianza, giustizia, diritti umani. Vale per l’Europa disunita senz’anima di oggi  e anche per l’Unione africana senza forza. Sempre sotto il tiro implacabile dei grandi della terra che vogliono sempre lasciare i popoli divisi per meglio regnare. Vecchie ricette dell’imperialismo di ogni epoca.

Ecco sgorgare allora l’ottimismo dell’opportunità. Occasione unica, in questo tempo di cambiamento epocale, per rifondare con ottimismo:

·         la mia (anche nostra?) vita personale chiamata ad essere più autentica e umana (Paulo Freire direbbe “essere di più”) alla luce della Parola di Dio che libera

·         la nostra vita comunitaria o Politica (con P maiuscola!) chiamata a costruire davvero la fraternità e il bene comune alla luce dei valori di fondo che ci tengono insieme sulla terra

·         la nostra vita planetaria (per “l’uomo planetario” direbbe Balducci!) o missione chiamata ad essere più mistica (ascolare Dio per leggere la vita con i suoi occhi dentro il cuore del popolo), più umile dentro la storia (no a super eroi isolati ma a gente semplice che lavora insieme), più ottimista (vince davvero chi resta umano), più fraterna (non sempre ci siamo voluti bene tra noi missionari!) più radicalmente altra (o santa) come chiede Papa Francesco.

Rallegratevi ed esultate

“Se sei gioioso non devi dire molte parole, stai già annunciando il Vangelo”

Madre Teresa di Calcutta

In questo tempo di deserto personale mi sono letto e meditato a fondo l’ultimo documento di Papa Francesco, “Gaudete et exultate”. Un inno alla gioia e un programma di vita. Quella vera che si lascia provocare dalle beatitudini di Gesù di Nazaret (Mt 5,1-12) per rispondere alla crisi con:

·         resistenza, pazienza e tenerezza: quelle dei nonviolenti e degli umili che “tengono botta” con la spiritualità dei martiri (Ap 7,14). I vinti della terra antica. Ma vincitori nel cielo nuovo e nella terra nuova che sono già qui e oggi, in fermento, a tutte le latitudini. Non ve ne accorgete? Eppure in Ciad è così evidente che Dio cammina oggi senza stancarsi su questa terra insanguinata da così grandi ingiustizie sociali…dissero che con Romero Dio era passato per il Salvador. Qui in Ciad potremmo dire lo stesso con i nostri cristiani Filemon, Nazzer, Dominique, Omal, Halima, Djibrine, Sabura…può bastare? Dio passa per il Ciad sulle loro infaticabili gambe che annunciano la pace: “Come son belli sui monti i passi del messaggero che annuncia la pace” (Isaia 52,7)

·         Gioia e senso dell’umore: quelle di chi va avanti senza rassegnarsi mai e con passione, spinto da spirito positivo e carico di speranza. La speranza fondata sulla resurrezione dell’Agnello sgozzato (Ap 5,6). Qui è la nostra gente ad insegnarci la lotta quotidiana per vivere con gioia senza mai mollare. Ne sa qualcosa il mio amico Charlie, cieco e costretto su un letto senza camminare da ormai cinque anni. Sempre allegro e con voglia di scherzare. Un giorno sono passato a trovarlo e gli ho chiesto: “Charlie ma tu non ti scoraggi mai?”. Lui mi ha risposto: ”Padre, Gesù si è forse scoraggiato un giorno ?”. Allora ho riconosciuto il Suo volto!

·         Audacia e fervore: quelle dei profeti di oggi che mettono a repentaglio la propria vita senza lasciarsi comprare da potere e soldi. Una su tutti: Francoise, cristiana convinta del villaggio di Baro, a 400Km d’Abéché. Nella sua famiglia quasi tutti si sono islamizzati per soldi e un lavoro garantito. Lei è rimasta sola e vive povera e felice. Nonostante le pressioni costanti della famiglia per abbracciare l’islam. Innamorata di Gesù e del Vangelo lei resta. “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?” (Rm 8,35)

·         In comunità: sempre di più la missione richiede fraternità, umiltà, condivisione e collaborazione. Con la sete di imparare dall’altro che vive a fianco. Come rotta controcorrente rispetto all’ondata di individualismo che la società globalizzata del consumo spietato ha riversato sulla barca della nostra fragile vita.

·         In preghiera costante: so che parlo anche a cari amici atei e di altre religioni. Che rispetto nel profondo, o almeno cerco. Ma non posso fare a meno di parlare della relazione diretta con l’autore della vita. Che io chiamo Padre. Di un dialogo costante che si fa vita, missione, servizio, condivisione. Con lacrime, sospiri, sorrisi. A volte anche cadute e fatiche! Per poi lasciarsi rialzare. Ma un contatto con cui non puoi fare a meno. A meno di morire dentro! Altrimenti non ci resti qui in Africa. Come amava dire Annalena Tonelli: “In Africa ci puoi venire anche per solo amore dell’uomo. Ma ci resti per il solo amore di Dio”.

Me lo hanno insegnato grandi missionari, per me e per tanti altri comboniani, vere “parabole esistenziali” come Gigi Gusmeroli e Angelo Dall’Oro. Il primo qui in Ciad il dialogo con Dio fattosi umiltà. Il secondo, ai tempi del Noviziato a Venegono, il dialogo con Dio fattosi essenzialità. Al punto da dire nei suoi ultimi anni di vita: “O parlo con Dio. O parlo di Dio. Il resto non mi interessa.

Grazie Francesco per le tue parole di questo tuo nuovo testo “Rallegratevi ed esultate"che sono acqua fresca nel deserto del nord est del Ciad. Parole che ci spronano a essere radicalmente altri, cioè santi, o meglio capaci di amare come Lui ci ha amati. Insomma amici di Dio.


Grazie a voi di portare nel cuore e nella vita concreta di ogni giorno, con gesti umani, il sogno della terra nuova e dei cielo nuovo di un mondo radicalmente altro. Insieme il sogno è possibile, necessario, urgentissimo.

Coraggio, io ho vinto il mondo” (Gv 16,33) ci sprona ancora oggi l’uomo di Galilea.


Teniamo botta!

Sempre avanti,

Vostro amico e fratello,
Filo


sullastradacon.blogspot.it

martedì 10 ottobre 2017

Va' e profetizza il mio popolo




 Missione dentro il popolo

Era un pastore. Trascorreva la sua vita nei campi. Come tantissimi nostri ragazzi ciadiani rapiti al sud e trasportati al nord per vivere dietro cammelli e pecore nel deserto. Nuovi schiavi di oggi. 

Si chiamava Amos. Dio gli ha preso il cuore e lui si è messo in cammino. Lo ha chiamato e lui ha risposto. In un tempo non facile, con il Regno di Israele spezzato in due e con il popolo che allontana il cuore da Dio per avvicinarlo alla ricchezza, all’accumulo e al sopruso contro i piccoli. Come il sistema sempre più impazzito di oggi. La globalizzazione dell’ingiustizia. L’imperialismo del denaro. Che impedisce ai nostri giovani di riprendere le lezioni all’Università. Bloccata da scioperi infiniti. Per colpa dei pochi che intascano i soldi destinati ai professori.

Dio lo invita a profetizzare. A svegliare la sua gente dal sonno comodo dell’assuefazione all’ingiustizia! A far breccia ancora una volta nel cuore del popolo con il sogno di Dio. Un mondo radicalmente altro. “Dove neri e bianchi si daranno la mano per camminare come fratelli” diceva Martin Luther King. Come cristiani e musulmani che “cercano l’acqua di Dio dallo stesso pozzo” amava ripetere Chistian De Clergé.

Il giovane si mette in cammino contro la corrente del mondo. E ispira ancora oggi tantissimi volti che provano a remare contro l’ingiustizia nei vari angoli più remoti del mondo.

Come ad Abéché dove un popolo in cammino prova a costruire il sogno di Dio dentro il popolo.
·         Questa sera arrivo dei responsabili dei nostri 6 centri culturali della nostra immensa comunità cristiana per il primo incontro di coordinamento.

·         Da mercoledì sera Assemblea Generale con delegati di tutte le comunità cristiane che formano comunità di comunità. Famiglia di famiglie. Con la festa patronale la domenica di Santa Teresa del Bambino Gesù. Si preannunciano danze e polenta con capra per tutti.

·         Ai primi di ottobre festa dei 150 anni di vita dei Missionari Comboniani con animazione sulla vita di Daniele Comboni e dei suoi figli e figlie. Quest’anno con la grande novità della nascita ad Abeché del gruppo dei Laici Missionari Comboniani. 

·         Poi grande giro per le visite in tutte le comunità. Distanti fino a 500 Km. Tra deserto e steppa. Buche e fiumi. Per toccare con mano l’azione di Dio nella storia.

·         6 scuole cattoliche che riaprono le porte. Due nuove. Tra speranze e fatiche.

·         Continua il servizio della Caritas con i prigionieri e ben presto con le donne per l’alfabetizzazione.

·         Alcuni giovani che si interrogano sulla chiamata alla vita religiosa. Uno già in stage per insegnare in una scuola comunitaria.

·         La chiusura di una bellissima settimana biblica che ha toccato il cuore di più di 50 giovani assetati della Parola di Dio.

·         L’incontro di tre giorni tra giovani cristiani e musulmani riuniti dal desiderio di vivere a coabitazione pacifica.

E molto altro. Sogni speranze. Che avanzano tra cadute e ferite. Come quella della comunità di Abeché molto divisa al mio ritorno dalle vacanze. La situazione sembrava degenerare. Cosa fare?

            Sono rimasto in silenzio a lungo. Ho ascoltato la voce di Dio. Consigli di tantissimi. Ho fatto pregare persone care. Poi con le persone più di fiducia abbiamo deciso di uscire allo scoperto e fare un passo verso chi ci accusava da lontano. Ci siamo abbracciati e ascoltati. Ci siamo chiesti perdono gli uni gli altri. Abbiamo parlato a lungo. E la pace ritornava poco alla volta da sola. In punta di piedi. Facendoci tutti più umili e uniti. Ora tutti al lavoro senza più rancori e rabbie. Con la voglia di trasformare il mondo.

Siamo passati anche noi dalla nostra passione, morte e resurrezione. Anche così è la missione. 

            Come Amos noi Comboniani non ci siamo inventati missionari. Eravamo anche noi in altre vite e con altri pensieri. Che non erano certo male! Ma un giorno siamo stati presi al cuore e chiamati a portare nel mondo il messaggio di Gesù di Nazaret. Per questo proviamo a restare e amare. Dentro il popolo. Senza scappare. Condividendo la fatica delle critiche e delle divisioni ma anche la gioia di avanzare insieme e di ritrovare la pace. Come in modo incredibile fanno i nostri fratelli e sorelle in situazioni di guerra e violenze terribili. Dal Sud Sudan al Centrafrica. Passando per la Repubblica Democratica del Congo.

            L’importante è esserci dentro e spendersi con tutto sé stessi. Senza stare a guardare da lontano. Assumere, vivere, lottare. Sulla barca a remare e non sulla riva. Al passo del popolo. Da profetizzare. Come Amos.

Sfide oltre la storia







Rivisitare 150 anni di storia dei Missionari Comboniani per rilanciare la Missione


In un cambio epocale ci vuole un salto di qualità. E per questo serve un iniezione di memoria viva. Memoria che è opera dello Spirito e che trasforma. Storia di passione per il Vangelo, di impegno per l’Africa e i poveri, di vite consegnate alla causa missionaria. Da Daniele Comboni ai tantissimi eredi che continuano a portare oggi il suo sogno di “Salvare l’Africa con l’Africa” nel mondo. Facendo causa comune con i tanti popoli che incontrano. Tra fatiche e speranze. Tutti con un senso di gratitudine profondo a Dio e all’Africa. “Missione è cammino nella gratitudine” ricorda David Glenday, ex generale dei Comboniani. “E la gratitudine accetta il discernimento che è sempre dinamico. La gratitudine diventa missione”.

                Il Simposio per celebrare i 150 anni di vita dell’Istituto comboniano ( 1867-2017) si è svolto a Roma dal 27 maggio al 1 giugno. Rappresentanti di tutte le circoscrizioni comboniane, accompagnati dai laici e dalle sorelle comboniane, si sono ritrovati con gioia per fare memoria, per riflettere sulle sfide d’oggi e per affidare ancora una volta al Dio della vita la missione comboniana dentro la storia. La presenza di cinque generali (quattro ex e l’attuale), le conferenze sulla missione, la visita ai luoghi comboniani di Roma e l’udienza da Papa Francesco hanno dato un sapore particolare all’incontro. Senza dimenticare i numerosi lavori di gruppo, le condivisioni anche molto profonde e il clima di gioia che si respirava in ogni angolo. 

                Padre Tesfaye Tadesse, l’attuale Superiore Generale ha aperto i lavori del Simposio ringraziando Dio per la generosità di tanti confratelli che hanno dato tutto per la missione. “Ripartiamo, per rinnovarci, da Gesù di Nazaret, da Comboni e dalla nostra storia. Sapendo leggere i segni dei tempi” ha sottolineato. Per poi indicare i due obiettivi dell’incontro: conoscere i momenti decisivi della storia comboniana per il rinnovamento e accogliere l’invito dell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (La gioia del Vangelo) di Papa Francesco, per essere un Istituto in uscita. Indicazione molto attuale e molto sfidante per tutta la Chiesa.

                L’Istituto è stato un parto doloroso” ricorda Padre Fidel Gonzales. Pochi sostegni politici, economici ed ecclesiali. Ma con la passione travolgente per l’Africa di Daniele Comboni. Che voleva uomini e donne di ogni nazione, pronti a dare la vita per la missione. Comboniani dalla testa ai piedi. Non frati e suore chiusi in sé stessi. Un carisma che straripa al di là delle formalità di un ordine religioso. Causa comune con i più poveri e abbandonati non così semplice da raccogliere dentro una precisa regola di vita. “Storia sacra e messaggio di Dio alla Chiesa missionaria. Storia di fedeltà al Vangelo, al Comboni, alla missione ardua, alla preghiera. Alla povertà evangelica, al popolo di Dio e all’internazionalità” come ricorda Padre Teresino Serra, ex generale comboniano. Con moltissime luci e qualche ombra. Del passato e del presente. 

Tocchiamo con mano oggi segni di individualismo, poca cura della vita interiore, superficialità, poca passione missionaria. Fragilità e fatiche che invitano con urgenza ad inventare il futuro della missione. Ripartendo da Daniele Comboni. Per guardare la realtà di oggi con il suo cuore. Ogni volta che i suoi figli sono tornati a lui, alla sua mistica e al suo carisma si sono ritrovati nel cammino. Come nel 1979 quando i due rami dell’Istituto, il tedesco e l’italiano, si sono riunificati. Non per niente la sua canonizzazione è un segno dei tempi che invita a tornare a lui.

Di fronte agli smarrimenti non serve tagliare le radici. Con lode a Dio per il passato serve potare i rami per portare più frutto. Per osare missione dentro una storia complessa, in continuo e rapidissimo cambiamento. Vino nuovo in otri nuove. Come indica Padre Enrique Sanchez ex-generale: “Dobbiamo essere più umili. In ascolto di questa nostra storia. Meno protagonisti per lasciare spazio anche agli altri attori della missione. Pietre nascoste attente alle diverse culture, alla realtà dell’altro. Capaci di vivere davvero come fratelli e di essere profetici con la testimonianza di vita”. Cammino non certo semplice per un piccolo Istituto di appena più di 1500 membri inviati in 4 continenti. Con storie, esperienze e visioni di missione così diverse. Oggi, al tempo della multiculturalità, tutto è nel segno del pluralismo. “Non è facile oggi fare sintesi  tra le diverse visioni di missione e integrare il dialogo interreligioso, la giustizia e pace, l’interculturalità. Dobbiamo far emergere la testimonianza missionaria, l’empowermwnt dei giovani, il dialogo con le persone del nostro tempo” dice Padre Manuel Augusto, ex generale. Rischiamo di smarrirci in un oceano di visioni e interpretazioni missionarie cha fanno fatica a ritrovare l’unità tra l’Istituto, il fondatore e la missione. Ognuno con la sua idea. Rischiando frattura tra consacrazione, fraternità e missione. Tra annuncio del Vangelo e promozione umana. Negli ultimi capitoli comboniani, il discernimento ha trovato forti difficoltà e resistenze per integrare le diverse sensibilità. Con conseguente perdita di peso dei documenti e delle ricadute nella vita dei comboniani. 

Protagonisti del glorioso passato missionario i comboniani oggi sono chiamati dalla storia a riconoscere questo tempo difficile come l’ ”ora di Dio”. Un opportunità unica per ascoltarsi in profondità ed entrare nel mondo dell’altro per riconfigurare il volto della famiglia. Non per perdersi in sterili critiche o pessimismi. Ma per rispondere alle sfide di questo tempo:
 
·         La vita fraterna: il Cenacolo di Apostoli che sognava Daniele Comboni. Non a caso nelle condivisioni dei gruppi è uscita spesso questa sete di fraternità che diventa l’urgenza di  essere testimonianza vera per la gente. Essere missione prima di fare missione. Occore costruire la qualità della relazioni nella comunità “Serve perdere tempo con i fratelli” dice un comboniano che lavora in Africa. “E non sarà mai tempo perso”.

·         La multiculturalità: ricchezza e sfida di questo tempo nel solco del sogno di Daniele Comboni. I comboniani sono invitati a guardare con ottimismo al futuro e a lavorare per vivere l’incontro tra diverse culture come un dono. Per essere segno e fermento missionario.

·         La missione nel cuore del popolo: come indica Papa Francesco per incarnarsi dentro la vita dei poveri e riconoscerne la presenza di Dio. E’ il ricevere Dio nella gente l’origine della gioia missionaria. Assumere il positivo dei poveri imparando a riconoscerli non solo compagni di cammino ma anche maestri. Per camminare pazientemente con loro verso il Regno di Dio. Denunciando il male resistendogli pacificamente. E’ il percorso di Papa Francesco così immerso per tanti anni nel popolo argentino. “I gesti di Francesco non sono folclore. Sono il frutto di anni e anni passati in mezzo alla sua gente” testimonia il gesuita Diego Fares che presenta una relazione sulla visione della missione in Papa Francesco.

·         Il lavoro di rete: per evitare l’ autoreferenzialità i comboniani sono chiamati a lavorare, a dialogare e collaborare molto di più con gli altri attori missionari e della società civile che già operano sul terreno. In linea con il più genuino carisma comboniano che mette insieme le forze per l’unica missione.

·         La ministerialità: ovvero lo specializzarsi in un particolare settore missionario al fine di rendere più qualificato il servizio. “Siamo poco preparati e competenti per rispondere alle sfide di questo nostro tempo” tuona Padre Francesco Pierli, ex generale. Dobbiamo prepararci per le diverse specificità missionarie integrando la ricerca scientifica, l’impegno universitario, il pluralismo ministeriale in team missionari”. Soprattutto mettendo insieme la professionalità con la spiritualità. La competenza con l‘entusiasmo missionario. Pierli insiste molto sulla dimensione sociale della fede che è alle origini del carisma comboniano con l’attenta analisi sociale dei popoli africani che Comboni incontrava e con la lotta contro la schiavitù.

 Per questo cammino di rinnovamento è arrivato provvidenziale il saluto e l’incoraggiamento di Papa Francesco. Nel Regina Caeli di domenica 28 maggio Il Vescovo di Roma ha salutato i Missionari Comboniani che celebrano questo importante anniversario e nell’udienza in Piazza San Pietro di mercoledì 31 ha incoraggiato la folla di pellegrini da tutto il mondo ad accogliere lo Spirito di Pentecoste per diventare seminatori di speranza. Francesco si è poi avvicinato ai Missionari Comboniani per una foto salutandoli con la sua proverbiale semplicità: “Bravi Comboniani! Vi ringrazio di cuore per tutto quello che fate. Andate avanti!”. 

Il Simposio si è concluso nella gioia il giovedì 1 giugno con la celebrazione eucaristica presieduta dal Cardinal Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Nella sua omelia il Cardinale ha ricordato l’intuizione di Daniele Comboni e il sogno che oggi si sta facendo realtà. E che ancora inspira i passi dei tanti che intraprendono il cammino missionario. Non solo comboniani. Gente che ha nel cuore la missione. E che avanza con gratitudine e speranza. Perché Comboni è di tutti e ancora parla con forza al cuore di chi porta con sé un sogno.