venerdì 13 luglio 2018

Vidi un cielo nuovo e una terra nuova (Ap 21,1)


Per resistere, con l’ottimismo del Dio della vita, dentro la storia.

Una risposta al pessimismo e al mondo violento di oggi.

Vince chi resta umano, chi assume la nonviolenza e la debolezza a servizio

degli impoveriti e della giustizia sulla terra.



Lettera dalla missione del Ciad

N’Djamena 13 luglio 2018



Carissimi amici e amiche un forte abbraccio dal Ciad!  Scrivo poco ma vi penso sempre. Mi son preso due settimane di riposo a N’Djamena, la capitale, e così riesco a raccontarvi con calma. Tempo di dormite, ascolto della Parola di Dio, di buone letture, di belle camminate e lunghe chiacchierate con i confratelli e amici. Mi ci voleva! Dopo mesi intensissimi di lavoro con le comunità cristiane, viaggi massacranti, tanti progetti e tantissimi volti e storie da ascoltare per cercare insieme la strada di Dio dentro questa nostra umanità.  

Domenica celebro in una comunità alla periferia di N’Djamena in mezzo alla gente...e lunedì riparto per Abéché. Per continuare la nostra missione comboniana con padre Bernard dal Congo, David dagli Stati Uniti e il giovane Giacomo di Modena in esperienza con noi. Tre continenti nel cuore dell’Africa per cercare insieme quella fraternità così cara a Daniele Comboni che voleva un “cenacolo di apostoli” a servizio della missione. E direi che, nonostante tutto, ci va anche troppo bene. Sembra funzionare davvero la nostra convivialità delle differenze! Un dono immenso di Dio per questo tempo…alla faccia di chi ha paura del diverso!

Siamo tutti così immersi in un tempo di…

…Crisi dell’umanità e…di opportunità

(diceva Giovanni Vannucci: “Siamo immersi nell’amore di Dio e Gesù di Nazaret è venuto a ricordarcelo! Non è forse questa una grande opportunità?)

Qui in Ciad tocchiamo con mano il degrado sociale che avanza. Scioperi infiniti nelle scuole e negli ospedali. Ridotti a macerie. Corruzione dilagante, con l’etnia del presidente che ha svenduto le ricchezze del paese! E i poveri ne pagano sempre le conseguenze! Emmanuel, pugnalato per pochi soldi dai banditi nella città di Tine, al confine tra Ciad e Sudan, ha rischiato di morire perché nessuno voleva operarlo. Nella notte la nostra piccola Caritas di Abéché si è data da fare e quel grande cuore di dottor Pascal ha fatto il resto. La gente è allo stremo.

Il governo è assente e non paga insegnanti e medici come si deve. Le proteste sociali sono bloccate sistematicamente. La Costituzione cambiata a colpi di forzature dittatoriali che danno, tutti o quasi, i poteri nelle mani del presidente. Gli oppositori spesso comprati a suon di quattrini (quelli del petrolio rubato al popolo). Altrimenti messi sotto silenzio. Come la società civile. Parla solo la Chiesa cattolica, unica rimasta credibile, o quasi, agli occhi della gente. I Vescovi hanno scritto una lettera coraggiosa chiedendo il referendum popolare per l’approvazione della nuova Costituzione. Dura e stizzita la reazione del governo.

Sento con grande sofferenza che intanto lì in Europa si chiudono sempre di più le porte ai migranti dimenticandoci che siamo tutti migranti e di passaggio sulla terra. Qui noi missionari accolti così fraternamente nelle famiglie e lì che si chiudono porti, porte e cuori. Anche di alcuni, forse troppi, preti e laici che si dicono cristiani. E che tacciono (“sempre l’ignoranza fa paura e il silenzio è uguale a morte” cantava Guccini). Non tutti certo. Molti so che resistete…

Come la nostra gente che resiste e a volte non so come faccia. Ma sempre con determinazione e forza grande.

Fino a quando Signore? “Sentinella a che punto siamo della notte?” (Isaia 21,11-12). Già si vedono le primi luci dell’alba…l’opportunità di uscire dalla notte di questo nostro tempo dal volto sempre più disumano.

E queste luci sono le nostre piccole comunità cristiane che provano con coraggio a resistere con ottimismo e costruire futuro nel deserto attorno ad Abéché. Ad Iriba hanno attaccato la nostra piccola cappellina e distrutto una parte del muro di recinzione che è in costruzione. I nostri hanno denunciato e sono in piedi continuando il lavoro e preparando l’apertura di una picola scuola. Ad Adré alla frontiera col Sudan i nostri cristiani stanno per terminare la costruzione della scuola con l’aiuto degli amici di Parma che ringrazio di cuore. Dapertutto siamo in cantiere: innanzitutto le pietre vive quelle più importanti. La formazione dei nostri cristiani…le ultime due interessantissime in capitale: formazione degli animatori delle CEB (comunità ecclesiali di base) delle nostre parrocchie comboniane di città e dei membri dei nostri comitati giustizia e pace comboniani per costruire speranza dentro questa storia. E resistere con la forza del Vangelo. Con la participazione di giuristi, antropologi e missionari profondamente convinti che la nostra fiducia nel Dio della vita deve far muovere le montagne! Occasione molto bella per lavorare insieme tra confratelli e comunità cristiane diverse. Un inizio qui in Ciad verso la ministerialità della missione: lavorare insieme, riflettere e analizzare le situazioni che viviamo e le risposte che diamo per trasforamre la società. Un lungo lavoro di preparazione, incontri, ascolto e proposte condivise. La forza della sinergia e del lavoro in equipe. Che va più lento ma dà più continuità alla nostra missione comune.

E poi tantissime altre iniziative che costruiscono speranza e cercano di dare sale alla terra e luce al mondo (Mt 5,13): nuove scuole che nascono a Goz Beida e Guereda, i laici missionari comboniani che crescono nello Spirito missionario, la catechesi che è cominciata nella prigione di Abéché, le CEB che si preparano alle settimane di formazione Bibbia-Corano in agosto, i giovani cristiani e musulmani del gruppo “Donnons nous la main” che continuano le attività con passione, le nuove commissioni parrocchiali (Annuncio, Giovani, Gestione, Sociale), l’assistenza alle famiglie più povere, i progetti banca dei cereali, cucito e pressa ad olio che vanno avanti da soli e l’alfabetizzazione che è un po' in ritardo ma che partirà presto. Soprattutto c’è Gregoire, giovane ciadiano della nostra parrocchia che ha deciso di fare il passo e a settembre entra in Seminario per un cammino di offerta totale a Dio e ai fratelli. Bastano come prime luci dell’alba?

Ad Abéché adesso le prime luci cominciano verso le 4 del mattino. Anche lì da voi cominciano presto e so bene che ci sono. Tantissimi non si rassegnano: la reazione bellissima delle magliette rosse in solidarietà con i migranti, religiosi che digiunano davanti al Parlamento, lettere chiare e profetiche come quelle del Vescovo Bettazzi e dei comboniani Alex e Teresino. Tantissimi indignati di come vanno le cose. Grazie a voi di non mollare! Se in mare c’è la carne di Cristo chi ci fermerà dal cercare di portarla a terra? (Ero forestiero e mi avete accolto (Mt 25,35…è il vangelo di Matteo l’evangelista….niente a che fare con quello che sventola l’altro Matteo ministro)

In questo tempo, in cui sentiamo dilagare il disumano attorno a noi, sento con forza straripante in me il desiderio di ascoltare cosa ci dice il Dio della vita. Per capire come Lui vede le cose, per trovare la bussola… E così in questo tempo precario, liquido direbbe Bauman, di crisi, sono tornato con spontaneità e profondità a riprendere in mano quel gioiello del libro dell’Apocalisse. Che scalda il cuore e ridà giusta tempra per riprendere il cammino…

Vidi un cielo nuovo e una nuova terra (Ap 21,1)

Le pagine dell’Apocalisse sono una lettura profetica della storia. Non visioni di chissà quale fine dell’umanità. Ma la visione di Dio. E quello che si scopre fa bene al cuore in questo tempo. Chi vince non sono i violenti e gli oppressori, quelli che ci dicono i libri di storia. Non sono i Trump di oggi o i Bush di ieri. Nemmeno le multinazionali da loro difese. O i Salvini e la loro narrazione falsa per soldi e potere. I vincitori veri della storia sono coloro che sono rimasti umani. Coloro che hanno visto nell’altro sempre un fratello e una sorella e mai una minaccia. E che per loro si sono spesi fino a dare la vita. Mettendo l’altro al primo posto.

La morte non è una sconfitta per chi guarda la storia con gli occhi di Dio. La morte è un passaggio verso la vita del sogno di Dio, il cielo nuovo e la nuova terra, che avanza nonostante le nostre resistenze. Tocca a noi costruirli per non rallentare il flusso della vita che vince. Al centro della storia non c’è un imperatore, né un miliardario, né un calciatore ( i 100 milioni per Ronaldo sono uno schiaffo terribile alla povera gente!). C’è l’Agnello sgozzato, quel Gesù di Nazaret che ha dato la vita per un mondo più umano e più giusto. Questo è il centro di una vita per la quale vale la pena vivere e se serve morire…amava ripetere Martin Luther King.

Così non ci resta che darci da fare sempre e comunque anche con piccoli gesti di umanità e di resistenza. E tantissimi lo fanno nel silenzio. Tra voi che mi scrivete ci sono amici e comunità che mi raccontano della loro accoglienza agli immigrati e agli ultimi. E’ questa la risposta che vince!

Poi certo la politica vera deve lasciarsi rifondare per essere come diceva don Milani la risposta comune ai problemi comuni. Non a quelli personali e di bottega. Deve lasciarsi rifondare dal basso. Non dagli istinti che vanno poco lontano ma dai valori che tracciano il solco del cammino ostinato e profetico: uguaglianza, giustizia, diritti umani. Vale per l’Europa disunita senz’anima di oggi  e anche per l’Unione africana senza forza. Sempre sotto il tiro implacabile dei grandi della terra che vogliono sempre lasciare i popoli divisi per meglio regnare. Vecchie ricette dell’imperialismo di ogni epoca.

Ecco sgorgare allora l’ottimismo dell’opportunità. Occasione unica, in questo tempo di cambiamento epocale, per rifondare con ottimismo:

·         la mia (anche nostra?) vita personale chiamata ad essere più autentica e umana (Paulo Freire direbbe “essere di più”) alla luce della Parola di Dio che libera

·         la nostra vita comunitaria o Politica (con P maiuscola!) chiamata a costruire davvero la fraternità e il bene comune alla luce dei valori di fondo che ci tengono insieme sulla terra

·         la nostra vita planetaria (per “l’uomo planetario” direbbe Balducci!) o missione chiamata ad essere più mistica (ascolare Dio per leggere la vita con i suoi occhi dentro il cuore del popolo), più umile dentro la storia (no a super eroi isolati ma a gente semplice che lavora insieme), più ottimista (vince davvero chi resta umano), più fraterna (non sempre ci siamo voluti bene tra noi missionari!) più radicalmente altra (o santa) come chiede Papa Francesco.

Rallegratevi ed esultate

“Se sei gioioso non devi dire molte parole, stai già annunciando il Vangelo”

Madre Teresa di Calcutta

In questo tempo di deserto personale mi sono letto e meditato a fondo l’ultimo documento di Papa Francesco, “Gaudete et exultate”. Un inno alla gioia e un programma di vita. Quella vera che si lascia provocare dalle beatitudini di Gesù di Nazaret (Mt 5,1-12) per rispondere alla crisi con:

·         resistenza, pazienza e tenerezza: quelle dei nonviolenti e degli umili che “tengono botta” con la spiritualità dei martiri (Ap 7,14). I vinti della terra antica. Ma vincitori nel cielo nuovo e nella terra nuova che sono già qui e oggi, in fermento, a tutte le latitudini. Non ve ne accorgete? Eppure in Ciad è così evidente che Dio cammina oggi senza stancarsi su questa terra insanguinata da così grandi ingiustizie sociali…dissero che con Romero Dio era passato per il Salvador. Qui in Ciad potremmo dire lo stesso con i nostri cristiani Filemon, Nazzer, Dominique, Omal, Halima, Djibrine, Sabura…può bastare? Dio passa per il Ciad sulle loro infaticabili gambe che annunciano la pace: “Come son belli sui monti i passi del messaggero che annuncia la pace” (Isaia 52,7)

·         Gioia e senso dell’umore: quelle di chi va avanti senza rassegnarsi mai e con passione, spinto da spirito positivo e carico di speranza. La speranza fondata sulla resurrezione dell’Agnello sgozzato (Ap 5,6). Qui è la nostra gente ad insegnarci la lotta quotidiana per vivere con gioia senza mai mollare. Ne sa qualcosa il mio amico Charlie, cieco e costretto su un letto senza camminare da ormai cinque anni. Sempre allegro e con voglia di scherzare. Un giorno sono passato a trovarlo e gli ho chiesto: “Charlie ma tu non ti scoraggi mai?”. Lui mi ha risposto: ”Padre, Gesù si è forse scoraggiato un giorno ?”. Allora ho riconosciuto il Suo volto!

·         Audacia e fervore: quelle dei profeti di oggi che mettono a repentaglio la propria vita senza lasciarsi comprare da potere e soldi. Una su tutti: Francoise, cristiana convinta del villaggio di Baro, a 400Km d’Abéché. Nella sua famiglia quasi tutti si sono islamizzati per soldi e un lavoro garantito. Lei è rimasta sola e vive povera e felice. Nonostante le pressioni costanti della famiglia per abbracciare l’islam. Innamorata di Gesù e del Vangelo lei resta. “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?” (Rm 8,35)

·         In comunità: sempre di più la missione richiede fraternità, umiltà, condivisione e collaborazione. Con la sete di imparare dall’altro che vive a fianco. Come rotta controcorrente rispetto all’ondata di individualismo che la società globalizzata del consumo spietato ha riversato sulla barca della nostra fragile vita.

·         In preghiera costante: so che parlo anche a cari amici atei e di altre religioni. Che rispetto nel profondo, o almeno cerco. Ma non posso fare a meno di parlare della relazione diretta con l’autore della vita. Che io chiamo Padre. Di un dialogo costante che si fa vita, missione, servizio, condivisione. Con lacrime, sospiri, sorrisi. A volte anche cadute e fatiche! Per poi lasciarsi rialzare. Ma un contatto con cui non puoi fare a meno. A meno di morire dentro! Altrimenti non ci resti qui in Africa. Come amava dire Annalena Tonelli: “In Africa ci puoi venire anche per solo amore dell’uomo. Ma ci resti per il solo amore di Dio”.

Me lo hanno insegnato grandi missionari, per me e per tanti altri comboniani, vere “parabole esistenziali” come Gigi Gusmeroli e Angelo Dall’Oro. Il primo qui in Ciad il dialogo con Dio fattosi umiltà. Il secondo, ai tempi del Noviziato a Venegono, il dialogo con Dio fattosi essenzialità. Al punto da dire nei suoi ultimi anni di vita: “O parlo con Dio. O parlo di Dio. Il resto non mi interessa.

Grazie Francesco per le tue parole di questo tuo nuovo testo “Rallegratevi ed esultate"che sono acqua fresca nel deserto del nord est del Ciad. Parole che ci spronano a essere radicalmente altri, cioè santi, o meglio capaci di amare come Lui ci ha amati. Insomma amici di Dio.


Grazie a voi di portare nel cuore e nella vita concreta di ogni giorno, con gesti umani, il sogno della terra nuova e dei cielo nuovo di un mondo radicalmente altro. Insieme il sogno è possibile, necessario, urgentissimo.

Coraggio, io ho vinto il mondo” (Gv 16,33) ci sprona ancora oggi l’uomo di Galilea.


Teniamo botta!

Sempre avanti,

Vostro amico e fratello,
Filo


sullastradacon.blogspot.it

martedì 10 ottobre 2017

Va' e profetizza il mio popolo




 Missione dentro il popolo

Era un pastore. Trascorreva la sua vita nei campi. Come tantissimi nostri ragazzi ciadiani rapiti al sud e trasportati al nord per vivere dietro cammelli e pecore nel deserto. Nuovi schiavi di oggi. 

Si chiamava Amos. Dio gli ha preso il cuore e lui si è messo in cammino. Lo ha chiamato e lui ha risposto. In un tempo non facile, con il Regno di Israele spezzato in due e con il popolo che allontana il cuore da Dio per avvicinarlo alla ricchezza, all’accumulo e al sopruso contro i piccoli. Come il sistema sempre più impazzito di oggi. La globalizzazione dell’ingiustizia. L’imperialismo del denaro. Che impedisce ai nostri giovani di riprendere le lezioni all’Università. Bloccata da scioperi infiniti. Per colpa dei pochi che intascano i soldi destinati ai professori.

Dio lo invita a profetizzare. A svegliare la sua gente dal sonno comodo dell’assuefazione all’ingiustizia! A far breccia ancora una volta nel cuore del popolo con il sogno di Dio. Un mondo radicalmente altro. “Dove neri e bianchi si daranno la mano per camminare come fratelli” diceva Martin Luther King. Come cristiani e musulmani che “cercano l’acqua di Dio dallo stesso pozzo” amava ripetere Chistian De Clergé.

Il giovane si mette in cammino contro la corrente del mondo. E ispira ancora oggi tantissimi volti che provano a remare contro l’ingiustizia nei vari angoli più remoti del mondo.

Come ad Abéché dove un popolo in cammino prova a costruire il sogno di Dio dentro il popolo.
·         Questa sera arrivo dei responsabili dei nostri 6 centri culturali della nostra immensa comunità cristiana per il primo incontro di coordinamento.

·         Da mercoledì sera Assemblea Generale con delegati di tutte le comunità cristiane che formano comunità di comunità. Famiglia di famiglie. Con la festa patronale la domenica di Santa Teresa del Bambino Gesù. Si preannunciano danze e polenta con capra per tutti.

·         Ai primi di ottobre festa dei 150 anni di vita dei Missionari Comboniani con animazione sulla vita di Daniele Comboni e dei suoi figli e figlie. Quest’anno con la grande novità della nascita ad Abeché del gruppo dei Laici Missionari Comboniani. 

·         Poi grande giro per le visite in tutte le comunità. Distanti fino a 500 Km. Tra deserto e steppa. Buche e fiumi. Per toccare con mano l’azione di Dio nella storia.

·         6 scuole cattoliche che riaprono le porte. Due nuove. Tra speranze e fatiche.

·         Continua il servizio della Caritas con i prigionieri e ben presto con le donne per l’alfabetizzazione.

·         Alcuni giovani che si interrogano sulla chiamata alla vita religiosa. Uno già in stage per insegnare in una scuola comunitaria.

·         La chiusura di una bellissima settimana biblica che ha toccato il cuore di più di 50 giovani assetati della Parola di Dio.

·         L’incontro di tre giorni tra giovani cristiani e musulmani riuniti dal desiderio di vivere a coabitazione pacifica.

E molto altro. Sogni speranze. Che avanzano tra cadute e ferite. Come quella della comunità di Abeché molto divisa al mio ritorno dalle vacanze. La situazione sembrava degenerare. Cosa fare?

            Sono rimasto in silenzio a lungo. Ho ascoltato la voce di Dio. Consigli di tantissimi. Ho fatto pregare persone care. Poi con le persone più di fiducia abbiamo deciso di uscire allo scoperto e fare un passo verso chi ci accusava da lontano. Ci siamo abbracciati e ascoltati. Ci siamo chiesti perdono gli uni gli altri. Abbiamo parlato a lungo. E la pace ritornava poco alla volta da sola. In punta di piedi. Facendoci tutti più umili e uniti. Ora tutti al lavoro senza più rancori e rabbie. Con la voglia di trasformare il mondo.

Siamo passati anche noi dalla nostra passione, morte e resurrezione. Anche così è la missione. 

            Come Amos noi Comboniani non ci siamo inventati missionari. Eravamo anche noi in altre vite e con altri pensieri. Che non erano certo male! Ma un giorno siamo stati presi al cuore e chiamati a portare nel mondo il messaggio di Gesù di Nazaret. Per questo proviamo a restare e amare. Dentro il popolo. Senza scappare. Condividendo la fatica delle critiche e delle divisioni ma anche la gioia di avanzare insieme e di ritrovare la pace. Come in modo incredibile fanno i nostri fratelli e sorelle in situazioni di guerra e violenze terribili. Dal Sud Sudan al Centrafrica. Passando per la Repubblica Democratica del Congo.

            L’importante è esserci dentro e spendersi con tutto sé stessi. Senza stare a guardare da lontano. Assumere, vivere, lottare. Sulla barca a remare e non sulla riva. Al passo del popolo. Da profetizzare. Come Amos.

Sfide oltre la storia







Rivisitare 150 anni di storia dei Missionari Comboniani per rilanciare la Missione


In un cambio epocale ci vuole un salto di qualità. E per questo serve un iniezione di memoria viva. Memoria che è opera dello Spirito e che trasforma. Storia di passione per il Vangelo, di impegno per l’Africa e i poveri, di vite consegnate alla causa missionaria. Da Daniele Comboni ai tantissimi eredi che continuano a portare oggi il suo sogno di “Salvare l’Africa con l’Africa” nel mondo. Facendo causa comune con i tanti popoli che incontrano. Tra fatiche e speranze. Tutti con un senso di gratitudine profondo a Dio e all’Africa. “Missione è cammino nella gratitudine” ricorda David Glenday, ex generale dei Comboniani. “E la gratitudine accetta il discernimento che è sempre dinamico. La gratitudine diventa missione”.

                Il Simposio per celebrare i 150 anni di vita dell’Istituto comboniano ( 1867-2017) si è svolto a Roma dal 27 maggio al 1 giugno. Rappresentanti di tutte le circoscrizioni comboniane, accompagnati dai laici e dalle sorelle comboniane, si sono ritrovati con gioia per fare memoria, per riflettere sulle sfide d’oggi e per affidare ancora una volta al Dio della vita la missione comboniana dentro la storia. La presenza di cinque generali (quattro ex e l’attuale), le conferenze sulla missione, la visita ai luoghi comboniani di Roma e l’udienza da Papa Francesco hanno dato un sapore particolare all’incontro. Senza dimenticare i numerosi lavori di gruppo, le condivisioni anche molto profonde e il clima di gioia che si respirava in ogni angolo. 

                Padre Tesfaye Tadesse, l’attuale Superiore Generale ha aperto i lavori del Simposio ringraziando Dio per la generosità di tanti confratelli che hanno dato tutto per la missione. “Ripartiamo, per rinnovarci, da Gesù di Nazaret, da Comboni e dalla nostra storia. Sapendo leggere i segni dei tempi” ha sottolineato. Per poi indicare i due obiettivi dell’incontro: conoscere i momenti decisivi della storia comboniana per il rinnovamento e accogliere l’invito dell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (La gioia del Vangelo) di Papa Francesco, per essere un Istituto in uscita. Indicazione molto attuale e molto sfidante per tutta la Chiesa.

                L’Istituto è stato un parto doloroso” ricorda Padre Fidel Gonzales. Pochi sostegni politici, economici ed ecclesiali. Ma con la passione travolgente per l’Africa di Daniele Comboni. Che voleva uomini e donne di ogni nazione, pronti a dare la vita per la missione. Comboniani dalla testa ai piedi. Non frati e suore chiusi in sé stessi. Un carisma che straripa al di là delle formalità di un ordine religioso. Causa comune con i più poveri e abbandonati non così semplice da raccogliere dentro una precisa regola di vita. “Storia sacra e messaggio di Dio alla Chiesa missionaria. Storia di fedeltà al Vangelo, al Comboni, alla missione ardua, alla preghiera. Alla povertà evangelica, al popolo di Dio e all’internazionalità” come ricorda Padre Teresino Serra, ex generale comboniano. Con moltissime luci e qualche ombra. Del passato e del presente. 

Tocchiamo con mano oggi segni di individualismo, poca cura della vita interiore, superficialità, poca passione missionaria. Fragilità e fatiche che invitano con urgenza ad inventare il futuro della missione. Ripartendo da Daniele Comboni. Per guardare la realtà di oggi con il suo cuore. Ogni volta che i suoi figli sono tornati a lui, alla sua mistica e al suo carisma si sono ritrovati nel cammino. Come nel 1979 quando i due rami dell’Istituto, il tedesco e l’italiano, si sono riunificati. Non per niente la sua canonizzazione è un segno dei tempi che invita a tornare a lui.

Di fronte agli smarrimenti non serve tagliare le radici. Con lode a Dio per il passato serve potare i rami per portare più frutto. Per osare missione dentro una storia complessa, in continuo e rapidissimo cambiamento. Vino nuovo in otri nuove. Come indica Padre Enrique Sanchez ex-generale: “Dobbiamo essere più umili. In ascolto di questa nostra storia. Meno protagonisti per lasciare spazio anche agli altri attori della missione. Pietre nascoste attente alle diverse culture, alla realtà dell’altro. Capaci di vivere davvero come fratelli e di essere profetici con la testimonianza di vita”. Cammino non certo semplice per un piccolo Istituto di appena più di 1500 membri inviati in 4 continenti. Con storie, esperienze e visioni di missione così diverse. Oggi, al tempo della multiculturalità, tutto è nel segno del pluralismo. “Non è facile oggi fare sintesi  tra le diverse visioni di missione e integrare il dialogo interreligioso, la giustizia e pace, l’interculturalità. Dobbiamo far emergere la testimonianza missionaria, l’empowermwnt dei giovani, il dialogo con le persone del nostro tempo” dice Padre Manuel Augusto, ex generale. Rischiamo di smarrirci in un oceano di visioni e interpretazioni missionarie cha fanno fatica a ritrovare l’unità tra l’Istituto, il fondatore e la missione. Ognuno con la sua idea. Rischiando frattura tra consacrazione, fraternità e missione. Tra annuncio del Vangelo e promozione umana. Negli ultimi capitoli comboniani, il discernimento ha trovato forti difficoltà e resistenze per integrare le diverse sensibilità. Con conseguente perdita di peso dei documenti e delle ricadute nella vita dei comboniani. 

Protagonisti del glorioso passato missionario i comboniani oggi sono chiamati dalla storia a riconoscere questo tempo difficile come l’ ”ora di Dio”. Un opportunità unica per ascoltarsi in profondità ed entrare nel mondo dell’altro per riconfigurare il volto della famiglia. Non per perdersi in sterili critiche o pessimismi. Ma per rispondere alle sfide di questo tempo:
 
·         La vita fraterna: il Cenacolo di Apostoli che sognava Daniele Comboni. Non a caso nelle condivisioni dei gruppi è uscita spesso questa sete di fraternità che diventa l’urgenza di  essere testimonianza vera per la gente. Essere missione prima di fare missione. Occore costruire la qualità della relazioni nella comunità “Serve perdere tempo con i fratelli” dice un comboniano che lavora in Africa. “E non sarà mai tempo perso”.

·         La multiculturalità: ricchezza e sfida di questo tempo nel solco del sogno di Daniele Comboni. I comboniani sono invitati a guardare con ottimismo al futuro e a lavorare per vivere l’incontro tra diverse culture come un dono. Per essere segno e fermento missionario.

·         La missione nel cuore del popolo: come indica Papa Francesco per incarnarsi dentro la vita dei poveri e riconoscerne la presenza di Dio. E’ il ricevere Dio nella gente l’origine della gioia missionaria. Assumere il positivo dei poveri imparando a riconoscerli non solo compagni di cammino ma anche maestri. Per camminare pazientemente con loro verso il Regno di Dio. Denunciando il male resistendogli pacificamente. E’ il percorso di Papa Francesco così immerso per tanti anni nel popolo argentino. “I gesti di Francesco non sono folclore. Sono il frutto di anni e anni passati in mezzo alla sua gente” testimonia il gesuita Diego Fares che presenta una relazione sulla visione della missione in Papa Francesco.

·         Il lavoro di rete: per evitare l’ autoreferenzialità i comboniani sono chiamati a lavorare, a dialogare e collaborare molto di più con gli altri attori missionari e della società civile che già operano sul terreno. In linea con il più genuino carisma comboniano che mette insieme le forze per l’unica missione.

·         La ministerialità: ovvero lo specializzarsi in un particolare settore missionario al fine di rendere più qualificato il servizio. “Siamo poco preparati e competenti per rispondere alle sfide di questo nostro tempo” tuona Padre Francesco Pierli, ex generale. Dobbiamo prepararci per le diverse specificità missionarie integrando la ricerca scientifica, l’impegno universitario, il pluralismo ministeriale in team missionari”. Soprattutto mettendo insieme la professionalità con la spiritualità. La competenza con l‘entusiasmo missionario. Pierli insiste molto sulla dimensione sociale della fede che è alle origini del carisma comboniano con l’attenta analisi sociale dei popoli africani che Comboni incontrava e con la lotta contro la schiavitù.

 Per questo cammino di rinnovamento è arrivato provvidenziale il saluto e l’incoraggiamento di Papa Francesco. Nel Regina Caeli di domenica 28 maggio Il Vescovo di Roma ha salutato i Missionari Comboniani che celebrano questo importante anniversario e nell’udienza in Piazza San Pietro di mercoledì 31 ha incoraggiato la folla di pellegrini da tutto il mondo ad accogliere lo Spirito di Pentecoste per diventare seminatori di speranza. Francesco si è poi avvicinato ai Missionari Comboniani per una foto salutandoli con la sua proverbiale semplicità: “Bravi Comboniani! Vi ringrazio di cuore per tutto quello che fate. Andate avanti!”. 

Il Simposio si è concluso nella gioia il giovedì 1 giugno con la celebrazione eucaristica presieduta dal Cardinal Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Nella sua omelia il Cardinale ha ricordato l’intuizione di Daniele Comboni e il sogno che oggi si sta facendo realtà. E che ancora inspira i passi dei tanti che intraprendono il cammino missionario. Non solo comboniani. Gente che ha nel cuore la missione. E che avanza con gratitudine e speranza. Perché Comboni è di tutti e ancora parla con forza al cuore di chi porta con sé un sogno.

mercoledì 12 luglio 2017

Come opera un missionario comboniano in Ciad


Un testo a margine di un incontro a Parma su un titolo che mi hanno richiesto

Il titolo porta subito a pensare al dinamismo e al fare. Ma prima di mettersi in pista il missionario comboniano in Ciad porta in cuore un sogno e per coltivarlo sente l'esigenza di:

  1. ASCOLTARE: la realtà, la gente, i volti, la storia, i proverbi, il cuore del popolo. Paure e angosce, attese, sogni e speranze. Per questo bisogna sostare lunghe ore sulle stuoie a bere il the con la gente, a mangiare la boule (polenta di miglio) con le mani, a guardare le stellate la sera, a spendere tempo per le relazioni. Immergersi nel cammino di un popolo con le sue ferite e la sua sete di riscatto. Sempre in punta di piedi, cercando di mettere da parte il giudizio. E' entrare nella terra sacra dell'altro, della sua dignità. Ascoltare in profondità vuol dire amare e imparare. La lingua per comunicare, i cibi da condividere, il modo di pensare e di affrontare la vita, la cultura, i gesti, il non detto. Soprattutto nei momenti chiave: nascita, matrimonio, procreazione, morte. Un missionario una volta mi disse: “Missione é sedersi dove la gente si siede e lasciare che Dio avvenga”.
  2. PREGARE: sostare a lungo con il Padre.
  • Silenzio profondo per ascoltarlo nella sua Parola.
  • Lotta interiore tra la passione straripante dell'uomo nuovo che vuole spezzare la vita per i fratelli e sorelle per un mondo di giustizia e resistenze dell'uomo vecchio che tira l'acqua al mulino del proprio io.
  • Occhi per riconoscerlo al lavoro nei cuori della gente e nel cammino del popolo. Sguardo mistico di chi riconosce lo Spirito che libera il meglio dell'uomo dentro la storia.
  • Lasciarsi interpellare e provocare da una Parola che vuole trasformare radicalmente la vita per farne un offerta agli ultimi della terra. E con loro trasformare il mondo. Renderlo più umano e abitabile per tutti. Diceva Ghandi: “Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.

  1. AGIRE: sempre con gli altri. Collaborando e sognando insieme. Per costruire ponti e speranza in vista di un mondo più fraterno e giusto. Ad Abeché al nord est del Ciad questo vuol dire:
  • creare un ponte con il mondo musulmano che é il 99% della popolazione. Tessere legami e amicizie nella semplice vita quotidiana del quartiere. Le visite a casa e in ospedale, le partite a pallavolo, gli incontri al mercato. E anche nella collaborazione su progetti comuni. Attraverso scuola, alfabetizzazione e cultura. Piccoli progetti di generazione di reddito per associazioni di donne musulmane emarginate (pressa per l'olio e macchine da cucire). Incontro interreligioso tra giovani cristiani e musulmani riuniti insieme nell'Associazione “Donnons nous la main” per conoscere Corano e Bibbia. E per lavorare sulla coabitazione pacifica tra cristiani e musulmani di tantissime etnie diverse. Dopo 30 anni di guerra civile questi sono segni di speranza immensi.
  • Accompagnare le piccole comunità cristiane nel deserto, in zone difficilissime per vivere, per incoraggiarle e invitarle sempre ad essere “in uscita” coraggiosa e fraterna verso il mondo musulmano. Perché non esistono i musulmani. Esistono Ibrahuim, Issakar, Mohammad, Souleymane, Fatime, Zara. Volti, storie, dignità infinite con cui é possibile osare l'incontro, l'amicizia, la collaborazione in vista di un bene comune che sorpassa le diversità e ci sfida a vivere e testimoniare al mondo quella che Tonino Bello chiamava la “convivialità delle differenze”